Mer. Feb 21st, 2024

Don Ippolito guardò i Templi che si raccoglievano austeri e solenni nell’ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d’un altro mondo e d’un’altra vita. Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di veder quegli anni lontani: vivi essi soli già, tra la rovina spaventevole della città; morti ora essi soli in mezzo a tanta vita d’alberi palpitanti, nel silenzio, di foglie e d’ali. Dal prossimo poggio di Tamburello pareva che movesse al tempio di Hera Lacinia, sospeso lassù, quasi a precipizio sul burrone dell’Akragas, una lunga e folta teoria d’antichi chiomati olivi; e uno era là, innanzi a tutti, curvo sul tronco ginocchiuto, come sopraffatto dalla maestà imminente delle sacre colonne; e forse pregava pace per quei clivi abbandonati, pace da quei Templi, spettri d’un altro mondo e di ben altra vita

Confrontarsi con uno degli autori italiani più prestigiosi di sempre ed affrontarlo sul suo terreno amico non è stato semplice.

Luigi Pirandello la Sicilia di fine ottocento la conosceva bene, sia geograficamente che ideologicamente. Conosceva bene tutto il territorio intorno a Girgenti dove era nato nel 1867 e dove aveva trascorso la giovinezza. Conosceva bene anche le dinamiche sociali poiché prima di trasferirsi a Palermo e poi a Roma per intraprendere gli studi universitari era venuto a stretto contatto con i lavoratori delle zolfare siciliane e con gli operai di Porto Empedocle. Conosceva bene infine la situazione politica siciliana dopo l’Impresa dei Mille ed il sangue isolano versato per l’Unità d’Italia e per la cacciata dei Borboni. La famiglia dei Pirandello era di sicura impronta patriottico-risorgimentale grazie al padre che era stato garibaldino, ma il figlio Luigi, con il passare degli anni, si era avvicinato ad opinioni definibili come socialiste abbracciando le idee del movimento dei Fasci Siciliani, vero e proprio sisma politico che divampò nell’isola nell’ultimo decennio del XIX secolo; avendo vissuto in una provincia povera come quella di Girgenti non è difficile capire le ragioni di questa sua scelta ed il suo desiderio di riversare questi pensieri nel romanzo che qui presentiamo.

Questa breve premessa biografica ed ideologica era perciò necessaria per comprendere gli eventi ed i personaggi che avvolgeranno la stesura di questa eterogenea opera.

Per una buona parte del romanzo le vicende storiche di quegli anni appaiono soltanto lontane e sfumate. La prosa pirandelliana, ricca di termini ottocenteschi che oggi possono apparire arcaici ma mai ridondanti, riesce a far immergere il lettore nell’ambientazione isolana e decadente di fine secolo. La descrizione del territorio di Girgenti è maestrale: “…già era evidente il disprezzo e quasi il dispetto della cura di chi aveva tracciato e costruito la via per facilitare il cammino tra le asperità di quei luoghi con gomiti e giravolte e opere or di sostegno or di riparo: i sostegni eran crollati, i ripari abbattuti, per dar passo a dirupate scorciatoje…

Più le pagine del testo si susseguono più le rovine di un tempo che fu appaiono evidenti. Ambientare una parte della narrazione proprio a Kolymbethra, un meraviglioso parco oggi appartenente alla Valle dei Templi, serve all’autore per mostrare in tutta la sua rovina e la sua miseria, le località della sua giovinezza.

La vena umoristica di cui è permeata tutta l’opera non deve però trarre in inganno perché a mitigare quella sensazione evidente di degrado della Sicilia post-unitaria. Una vena narrativa indubbiamente efficace che usa alcuni retaggi della letteratura manzoniana e che tende a preferire l’elaborazione e lo sviluppo delle decine di personaggi che solcano la trama piuttosto che porre l’accento sui tragici eventi siciliani che prenderanno il sopravvento soltanto nel finale.

Pirandello dipinge tutta una pletora di personaggi in maniera caricaturale ma con un indubbio realismo. La nobiltà decaduta del luogo, divisa fra conservatorismo monarchico e revanscismo borbonico, mostra in pieno tutte le sue contraddizioni. Vecchi soldati guasconi fedeli all’aristocrazia e giovani e cupi rivoluzionari marxisti (che peraltro di Marx non hanno mai letto nulla) si contrappongono in modo quasi brigantesco. Accesi contrasti fra eroi garibaldini e nostalgici borbonici sono il frutto di una Sicilia ancora sanguinante dalle ferite generate dall’Impresa di Garibaldi, in una regione che – da sempre intollerante allo straniero – aveva creduto alla favola risorgimentale ma che era semplicemente passata dall’indigenza borbonica alla miseria savoiarda, in un’atmosfera da destino ineluttabile ed in un clima quindi perfetto per l’irruenza dei Fasci Siciliani dove si vedono giovani e scapestrati socialisti solcare le campagne in difesa della Fratellanza dei Popoli e per supportare la Rivoluzione dei Popoli oppressi.

Pirandello conduce il lettore in un clima allo stesso tempo rivoluzionario e malinconico. Echi dell’epopea garibaldina si contrappongono a mai sopiti nostalgismi duosiciliani, e mentre sullo sfondo cominciano i tumulti in tutta l’isola, la trama non appare poi così importante e prendono il sopravvento nella prosa le trame e gli intrecci familiari che si susseguono.

Nelle pieghe del libro il maggiore impatto è quello creato dall’evoluzione della totalità dei personaggi (principale e anche secondari) mostrati al lettore in tutti i loro contrasti e tutte le loro debolezze. Un’umanità in lento decadimento composta da giovani sbandati, signorotti mafiosi, banchieri usurai, nobili spiantati, fiere nobildonne ancora in auge, picareschi soldati di ventura, prelati donabbondeschi, e vecchie matrone; tutte componenti di un unico e triste mondo quasi feudale destinato senza dubbio a scomparire.

La desolazione genera cattiveria, ed i protagonisti di questo romanzo ricalcano pienamente questo paradigma. La prosa pirandelliana è molto teatrale e perfino crudele. Le miserie e i fantasmi del passato si mostrano in tutta la loro pena e l’autore si sofferma sulla virtù delle anime in modo quasi maniacale, delineando con il passare delle pagine la rottura fra vecchi e giovani.

E proprio nella seconda parte del libro la trista aura si eleva su scala nazionale e si trasferisce nella Capitale del Regno d’Italia, dove gli scandali bancari – primo su tutti quello della Banca Romana – rischiano di spazzare via un’intera classe politica. E proprio qui la maestria del narratore Pirandello riesce a coniugare il crollo della vecchia società siciliana con la crisi delle istituzioni romane dove le congiure ed i sotterfugi che nella prima parte del romanzo si erano mostrate come bagatelle di stampo locale, si spostano adesso in maniera drammatica nei salotti di Roma, dove, ci duole dirlo, l’atmosfera non è molto difficile dagli scandali politici dell’Italia del XX e del XXI secolo, in una situazione che politicamente viene descritta come corrotta e putrescente. Dopo 30 anni l’Italia si era fatta ma era ancora da fare.

E come in tutte le rivoluzioni sarà il popolo a ribellarsi e a pagare il più alto tributo di sangue; fughe, eccidi, massacri genereranno repressione e brutalità di massa. Solo la Chiesa salverà la faccia con Leone XIII e la sua Rerum Novarum, e cercherà di mostrarsi come lucido ago della bilancia, in un momento storico dove la polemica antimassonica e la difesa pauperistica erano i cardini dell’azione di Santa Madre Chiesa.

Giunto alla conclusione della sua fatica al lettore verrà indubbiamente voglia di visitare le zone che hanno fatto da sfondo al romanzo, ma l’ampia riflessione di tipo storico che meritava di essere fatta ci ha riportato indietro di oltre un secolo, laddove fu necessario condurre l’Italia nell’epoca contemporanea; un cambiamento epocale ottenuto con il sangue e con dinamiche collettive complesse ed impopolari, divisioni peraltro che si riverberano ancora oggi nella dinamiche della nostra società. Basti pensare all’attuale composizione dei bacini elettorali su scala nazionale che sono talmente eterogenei da essere sovrapponibili talvolta alla geografia politica dell’Italia pre-unitaria.

Fu il Governo Crispi, all’inizio del 1894, a proclamare lo Stato d’Assedio per ripristinare l’ordine nell’isola e sancire una volta per tutte che il destino della Sicilia era lo stesso dell’Italia. Crispi in un discorso tenuto a Palermo il 14 Ottobre 1889 aveva già anticipato la tragedia degli anni a venire: “…vi sono repubblicani, internazionalisti, anarchici, che si confondono oggi in istrani connubi, pur pretendendo di rappresentare le idee di Mazzini e di Garibaldi, bisogna che anche gli uomini d’ idee avanzate, ma ragionevoli, si separino apertamente da questi fautori del disordine, che son pur quelli della discordia nazionale e della disorganizzazione sociale. (…) Bisogna combatterli nel campo delle idee, per non aver poi a reprimerli nel campo dei fatti. (…) Il Governo è forte per sé stesso, per le sue origini, pei principi che incarna, per gli interessi che è chiamato a tutelare; la nostra è una monarchia sorta dal suffragio popolare, e che ormai rappresenta la universalità dei cittadini italiani. Ma essa non deve esser lasciata nella lotta, affidata soltanto alle forze legali. I fautori del disordine si agitano; ma fin qui chi loro si oppone? Si direbbe che la libertà è fatta solo per quelli che sono interessati a violarla. Non bisogna invece lasciare che le masse vedano in essi soltanto i difensori dei loro giusti interessi, né i mezzi di realizzare malsane speranze. (…) Le teorie che oggi si cerca di accreditare turbano l’animo dell’operaio e gli guastano il senso morale, non abbastanza sicuro per deficienza di educazione; così, col sentimento della patria, potrebbe naufragare il senso della famiglia.”

E sarà proprio il senso della famiglia quello che naufragherà lentamente nel romanzo, proprio nello stesso momento in cui il sangue scorrerà di nuovo per le strade siciliane e stavolta non sarà più a favore della Madre Patria ma sarà piuttosto un ultimo vagito di un vecchio mondo che vedeva disgregati i propri valori di riferimento conservati per molti secoli.

Alla fine tutto avrà un senso e si consumerà la frattura; il caleidoscopio di personaggi che hanno reso appassionante ed originale quest’opera (quello composto dagli ex-patrioti garibaldini, dai nobili post-borbonici, dalla borghesia romana liberale, dai vescovi azzimati, e dalle maestranze operaie e rivoluzionarie, si ritroverà coinvolto senza scampo in questa enorme e luttuosa deflagrazione, che causerà la perdita definitiva di qualsiasi punto di riferimento del passato, lasciando il campo definitivamente al giovane ordine.


Riccardo Berti

24.11.2022

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Edizione di riferimento: Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, 1913, Fratelli Treves Editore, Milano, ripubblicata da Mondadori negli Oscar Moderni.