Mar. Apr 16th, 2024

I sondaggi sui primi risultati delle primarie USA delineano uno scenario di estrema incertezza. Non tanto su chi saranno i due principali contendenti, quanto piuttosto su chi dei due la spunterà. Se appare abbastanza scontata la lotta tra Joe Biden e Donald Trump, non è certo agevole fare previsioni su chi andrà alla Casa Bianca,  giacché il fermento negli States è ormai conclamato e dare certezze è quanto mai azzardato.

L’anomalia sociopolitica rappresentata da una figura come Trump non può non accentuare uno scollamento interno in uno stato che, di fatto, è tenuto in piedi solo dalla sua postura imperiale. Con tutto ciò che essa comporta in termini di status su scala planetaria. Per il resto, al di sotto della facciata ed in profondità, i veri USA sono un coacervo di istanze, problematiche, divisioni che riemergono puntualmente ogniqualvolta il piedistallo si fa traballante. E traballante lo è perché dalla vittoria epocale sull’avversario sovietico, che avrebbe dovuto porre fine alla storia e regalare agli States la gestione incontrastata delle sorti planetarie, in poco più di tre decenni (dunque nemmeno una generazione) la prospettiva è radicalmente mutata. Ed è mutata perché l’impero USA ha cercato di stravincere, tanto (e soprattutto) con le sue avanguardie neocon, quanto con quelle liberal più aperte. Da Bush sr. ad oggi molti falchi hanno volteggiato sopra i cieli della Casa Bianca, relegando le colombe ad uno status di minorita’ incapacitante, se non costrette a parlare la medesima lingua dei loro avversari. Ruolo e condizione di chi siede nell’Oval Office, ma scarsa lungimiranza verso i sommovimenti di un mondo pieno di faglie attive e non più ingessato dal dualismo della deterrenza nucleare. O forse, più semplicemente, fermo atteggiamento calvinista di chi crede fideisticamente nella propria missione civilizzatrice nel mondo. Con il risultato di essersi trovati ad esercitare il dominio nel momento in cui non c’era più l’avversario, salvo poi incorrere in tutta una serie di fallimenti, dal disastro iracheno, al ritiro precipitoso dall’Afghanistan, fino all’abbandono del teatro subsahariano e al dissanguamento militare pro Ucraina.
 
È partendo da questa breve analisi degli ultimi tre decenni di storia politica statunitense che dobbiamo gettare le basi per una riflessione sulle prospettive che si stagliano all’orizzonte. Orizzonte planetario, giacché le mosse del peso massimo condizioneranno inevitabilmente tutti i dossier aperti di quella Guerra Grande, che ormai possiamo considerare come Terza Guerra Mondiale (1).Guerra combattuta per procura, come sul fronte ucraino, tra i due nemici storici, dove si muore per davvero secondo gli schemi della guerra tradizionale. Ma anche guerre “sotto traccia”, cyberguerre o della infosfera o più semplicemente scontri regionali altamente destabilizzanti dove i pesi massimi sono nelle immediate retrovie a gestire mosse e contromosse con l’ausilio dei nuovi apparati di conflitto controllati attraverso l’intelligenza artificiale.
 
Nel teatro della Guerra Grande, che dal 7 ottobre dello scorso anno ha (ri)aperto un nuovo dossier, rimescolando turbinosamente le carte di un’area fulcro di instabilità planetaria, non può dunque rimanere in sospeso l’interrogativo sulle conseguenze che avranno le elezioni presidenziali USA di novembre.
Partiamo da un assunto che crediamo sarà difficilmente smentito, atteso che i primi risultati delle primarie repubblicane danno Donald Trump come probabile competitore dell’uscente Biden. L’assunto è che il discusso e potenzialmente destabilizzante miliardario newyorchese sarà l’avversario designato per riportare i repubblicani alla Casa Bianca. Non senza preoccupazioni per molti degli stessi repubblicani, vista l’imprevedibilita’ e l’eterodossia che ha spesso distinto le scelte trumpiane. In primis verso il nemico di sempre degli USA, quella Russia putiniana che invece  il magnate non considera(va) tale.
Anche sulle questioni che riguardano Israele e di conseguenza il teatro mediorientale, la postura della presidenza Trump fu decisamente inequivoca, con un appoggio incondizionato ad Israele, ed in particolare al suo uomo forte (oggi sicuramente un po’ meno) Benjamin Netanyahu. Gli accordi di Abramo, il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’omicidio mirato del generale iraniano Qasem Soleimani hanno mostrato al mondo tre cose fondamentali dell’atteggiamento trumpiano: 1) l’appoggio totale di quella amministrazione ad un leader discusso come Netanyahu; 2) la volontà di trovare un equilibrio nello scacchiere mediorientale che accontentasse tutti gli attori amici (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e ovviamente Israele) in modo da non avere preoccupazioni future sulla stabilità dell’area; 3) la scelta dello scontro aperto e dichiarato nei confronti dell’Iran
 
Dire che si sono fatti i conti senza l’oste appare oggi eufemistico. Ma non è che con ciò il 7 ottobre 2023 debba apparire come qualcosa di venuto da un mondo alieno. Le avvisaglie che la pentola era fortemente in pressione c’erano tutte. Anzi, non si sono mai fermate. Il 7 ottobre ha ovviamente riaperto il terribile vaso di Pandora e tutto il peggio che da quell’area instabile del globo viene fuori è di nuovo pronto a riversare ovunque i suoi pesanti effetti.
Memori dunque delle scelte di Trump negli affari mediorientali e partendo da quelli che sono stati gli atti concreti della sua gestione nel quadriennio che lo ha visto presidente, possiamo fare delle previsioni sugli sviluppi del dossier mediorientale nel caso di un suo ritorno alla Casa Bianca.
 
ISRAELE 
 
Una cosa è certa: Netanyahu ha in Trump un alleato di prim’ordine, forse il migliore sulla piazza. Nel momento di maggiore impopolarita’ e di gravi difficoltà sul fronte interno, la rielezione di Trump permetterebbe a Netanyahu di ritrovarsi oltreoceano una spalla amica e risoluta che, invece, non ha certo avuto in Biden e nella sua amministrazione. Non solo un appoggio diretto e quasi incondizionato ma anche indiretto  perché la presenza alla Casa Bianca di Trump significherebbe un atteggiamento più morbido verso la Russia di Putin e, dunque, la possibilità di un circolo virtuoso a favore di Israele, dove vivono 2,5 milioni di oriundi russofoni.
In cosa potrebbe concretamente tradursi per Israele la vittoria di Trump? Certamente in molta più mano libera nelle segrete (ma non troppo) intenzioni del governo Netanyahu di risolvere la vexata questio con uno sgombero totale o quasi della Striscia di Gaza, a carico di aree confinanti egiziane della penisola del Sinai e di zone oltre il confine con  la Giordania. Soluzione che incontrerebbe ostacoli e proteste epocali per il sapore di deportazione che assumerebbe, ma, se mascherata nel giusto modo, potrebbe anche rivelarsi fattibile. Soprattutto se il peso degli USA venisse spostato in quegli organismi internazionali (leggasi ONU) che sono in grado di cucire su misura l’abito per il cliente. Un caso su tutti, nel momento in cui si scrivono queste note, la Corte Internazionale dell’Aia ha richiesto ad Israele di evitare quelle operazioni militari che renderebbero palese un intento genocida (2). Un modo un pò farisaico per dire che fino ad ora avete fatto quello che volevate, ma ora andateci più morbidi.
Si può quindi con ragione supporre che lo scenario politico-diplomatico che si aprirebbe per Israele da una elezione di Trump è senza dubbio molto positivo e certamente auspicato da Gerusalemme, con ovvie ripercussioni non altrettanto del medesimo tenore per gli altri attori dell’area.
 
EGITTO
 
Per Il Cairo le carte sono già abbastanza mescolate e difficili da gestire con un presidente USA tutto sommato moderato, figuriamoci con un imprevedibile e non “allineato” come Trump. L’Egitto ha il terrore che il Sinai si trasformi (o venga ipotizzata la sua trasformazione) in una sorta di Libano degli anni 70-80 e che la gravità dell’odierna situazione nella Striscia convinca attori di peso (gli USA di Trump appunto con l’eventuale benestare di Putin) che la soluzione di Gaza oltre confine diventi realtà. Non solo l’Egitto perderebbe di fatto la piena sovranità su un pezzo di territorio ma avrebbe costantemente una spina sul fianco, rappresentata dai movimenti e gruppi combattenti del radicalismo islamico contro cui ha da decenni una guerra aperta nelle aree desertiche dell’interno Sinai.
Gli aiuti economici e militari che Al Sisi ha negli anni ricevuto da USA ed Israele proprio per fronteggiare questa incombenza non sono poca cosa, soprattutto per un paese in perenne crisi economica, ma il solo pensare alla soluzione dello spostamento di massa appare una follia. Non tanto per le ovvie difficoltà tecniche, ma anche perché non è umanamente e legalmente pensabile una soluzione per la deportazione di centinaia di migliaia di persone. Sarebbe un pò come quei paesi dove per fare discariche o siti che nessuno vuole si danno incentivi economici straordinari. Ma nel giro di alcuni decenni il bubbone inevitabilmente deflagra in tutta la sua virulenza. Questo potrebbe avvenire in Egitto, un paese di oltre cento milioni di abitanti, dove l’opinione pubblica antioccidentale e filopalestinese è sempre pronta a farsi sentire, nonostante la fedeltà all’Occidente della giunta Al Sisi.
 
IRAN
 
Il ritorno alla Casa Bianca da parte di Trump acuirebbe fortemente il già grave stato di parossismo tra Washington e Teheran. Sono ormai decenni che tra i due stati non ci sono rapporti, se non addirittura forti tensioni, sempre al limite dello scontro in zone strategiche come lo stretto di Hormuz. Per non dimenticare l’uccisione del generale Soleimani, vero e proprio ambasciatore per il mondo delle tesi antioccidentali della Repubblica Islamica, ad opera dei servizi statunitensi nel quadriennio della presidenza Trump.
Con Trump di nuovo in sella i rapporti tra USA e Iran potrebbero giungere ad un livello tale da rendere plausibile lo scontro militare in zone ad alto rischio escalation. Tanto più che anche il Regno Unito ha ormai indirettamente conti in sospeso con l’Iran per la questione della petroliera attaccata dai ribelli Houti dello Yemen (3), cui ha fatto seguito l’intervento delle forze armate di Londra. 
Fino ad oggi l’Iran ha potuto guadagnare consenso nell’area mediorientale grazie ad un vasto malessere da parte delle masse arabe per la questione palestinese e questo le ha dato la possibilità di spingere la sua influenza strategica fino al Mediterraneo, via corridoio siriano, anche grazie alla complicità russa.
Quanto sia possibile che l’Iran permanga nell’attuale condizione privilegiata sullo scacchiere mediorientale una volta che Trump dovesse far sua la corsa alla Casa Bianca è difficile da dire. Ma di certo c’è da dubitare che gli venga lasciata la libertà di questi ultimi anni, stante il rapporto privilegiato che con ogni probabilità si instaurerà tra gli USA a gestione Trump e il redivivo Netanyahu.
 
CONCLUSIONI
 
L’ipotesi alla base di queste riflessioni, ovvero una vittoria di Trump a novembre 2024, getta senza dubbio un pesante fardello di preoccupazione per le complesse sorti mediorientali.
Ci siamo limitati a considerare solo alcuni degli attori, non prendendo ad esempio in esame Arabia Saudita, Turchia e gli altri stati del Golfo, le cui posizioni sono comunque rilevanti, sebbene secondarie rispetto ai tre paesi sopra citati.
In una matassa intricata, con reazioni incrociate ad ogni singolo avvenimento, tutto alfine diventa rilevante. Ed infatti è proprio per questa ragione che il nodo mediorientale è da molti decenni il più complesso da sciogliere, con possibilità di soluzione ben lungi dal concretizzarsi.
Se nel vaso di Pandora mediorientale, dove cova e ribolle dal 1948 la questione delle questioni, si dovesse proprio ora aggiungere un ingrediente potenzialmente esplosivo come la presidenza Trump, è lecito attendersi una escalation. Che non sarà solo locale ma, data l’interconnessione del dossier mediorientale con la Guerra Grande, di più ampia ed incerta ricaduta. Fino a conseguenze estreme, come l’uso dell’arma nucleare da parte di chi la dispone.
 
Fernando Volpi
 
25.02.2024
 
(1) Guerra Grande in Terra Santa, LIMES, 10/2023
 
(2) www.ispionline, La Corte Internazionale di giustizia: Israele eviti un genocidio.
 
(3) AGI, Gli Houti rivendicano un altro attacco, USA e Gb attaccano.