Mer. Feb 21st, 2024

Se il dossier ucraino andrà molto presto in soffitta, salvo ricomparire in occasione di qualche bombardamento insensato ed inutile che sarà causa di morti civili, è ormai definitivamente riaperto (ma si è mai chiuso?) quello mediorientale. E lo è nel peggiore dei modi. Gli accordi di Abramo, voluti e gestiti dall’amministrazione Trump, avevano aperto uno squarcio futuribile di relativa tranquillità, che se non era roseo, quanto meno rendeva l’orizzonte più sereno del solito. Posto che l’area mediorientale è da sempre una polveriera, all’interno della quale un tassello spostato di un nonnulla genera reazioni immediate in più ambiti, viene naturale riflettere su come il terzo principio della dinamica agisca in quel quadrante cruciale del pianeta.

Partiamo con il prendere in considerazione il fattore principale, con il concreto rischio di trovarci subito impantanati: è Israele che genera azioni/reazioni oppure esso ne è figura passiva e dunque le subisce, essendo altri ad attivare la filiera della instabilità? 
Probabilmente di fronte a questo quesito ci troveremmo subito in difficoltà, dispiegandosi a ritroso tutta la tragica storia del conflitto israelo-palestinese.

E allora partiamo dall’ultimo evento tragico  quello del 7 ottobre e, per quanto possibile, facciamo conto che un prima non ci sia mai stato. È un ragionamento assurdo giacché il mondo su cui facciamo analisi non funziona così, ma proviamo a capire qualcosa di questo teorema partendo appunto da un’ipotesi assurda. Lo stato di Israele che i miliziani palestinesi aggrediscono il 7 ottobre è un paese diviso,  in forte difficoltà sia sul fronte interno che su quello estero ed alle prese con la più grave crisi della sua storia. Se sia conseguenza strutturale di lungo periodo che si sarebbe prima o poi manifestata o se sia il risultato di un fattore ben preciso (leggasi Bibi Netanyahu) è argomento altro, che in questo ragionamento può essere aggirato. Il dato è comunque chiaro: la Israele che subisce i fatti del 7 ottobre 2023 è un paese che viene da cinque tornate elettorali in meno di tre anni, dove l’assenza di una costituzione scritta (1) ha reso possibile il tentativo di Netanyahu di putinizzare il suo ruolo e dove, come immediata reazione, si è innescata una protesta violentissima che ha spaccato il paese e la società israeliana. Con conseguenze mai viste prima in termini di affidabilità ed efficienza dell’apparato di difesa. (2).

Il fatto che l’aggressione del 7 ottobre abbia poi permesso un ricompattamento obbligato della politica attorno a Netanyahu non toglie che il virus della disgregazione sociale abbia ormai contagiato la società israeliana. Una società- non lo si dimentichi – già pesantemente frazionata tra le varie ascendenze e tendenze religiose interne al mondo ebraico, per non parlare di quella principale e forse irredimibile tra ebrei e musulmani. Si è detto e scritto che l’attacco del 7 ottobre fosse quasi scontato proprio a causa della condizione di vulnerabilità in cui si è venuta a trovare la Israele del logoro potere di Netanyahu. E che da Teheran e da Hezbollah via Gaza ci sia stata questa presa d’atto e la risposta che ne è venuta.

Apriamo quindi il secondo capitolo, quello della Repubblica Islamica dell’Iran.  Sebbene isolata da tutti in Medio Oriente e di fatto non ufficialmente coinvolta nell’aggressione del 7 ottobre ma pur sempre sponsor di Hamas, Teheran ha potuto stigmatizzare una cosa importante nella logica dei rapporti di forza. Una logica che si riassume in questi termini: tu Israele sei in crisi interna come lo siamo noi, ma se tu continui a colpire i nostri alleati in Siria o nel Libano,  noi siamo in grado di colpirti al cuore, causando ferite gravi in casa tua. Insomma un vero e proprio avvertimento misto ad un ristabilimento delle gerarchie di forze dispiegabili nel quadrante mediorientale. Tipica reazione di stampo imperiale.

Veniamo ora a chi non ha velleità imperiali ma solo forti interessi da tutelare e ragioni “morali” da difendere. Tra chi ha forti interessi e forse qualche recondita ambizione imperiale c’è sicuramente l’Arabia Saudita. Alla monarchia saudita sta a cuore che il panorama di prosperità e sviluppo che sarebbe dovuto nascere dall’asse Riyad-Gerusalemme come conseguenza degli accordi di Abramo non precipiti a causa di una nuova e ancor più grave crisi mediorientale. Ciò che a Riyad temono più di ogni altra cosa è quella di rimanere chiusi entro una specie di gabbia,  dove i confini terrestri sono resi caldi da attori inaffidabili o ostili e i colli di bottigliadi Hormuz e di Bab El Mandeb di fatto sotto scacco da parte iraniana, direttamente il primo, via ribelli Houti il secondo. Uno scenario di questo tipo sarebbe deleterio per la monarchia saudita poiché la priverebbe di ogni minimo spazio di manovra, rendendola succube delle proiezioni imperiali di Teheran. 

Questo scenario è del resto quello che maggiormente spaventa anche gli USA, che nell’Arabia Saudita, nel Bahrein, negli Emirati Arabi Uniti e nel Qatar hanno i loro capisaldi strategici, non potendo permettere che si retroceda anche di un solo metro di fronte all’eventuale intraprendenza iraniana. Se è vero che nell’ultimo decennio gli USA hanno ridimensionato la loro pressione sul medio oriente, è pur vero che un ulteriore allentamento non può più passare inosservato e non sarebbe più accettabile. Soprattutto per stati clienti di importanza strategica come Arabia Saudita e Qatar. Per non parlare poi del fatto che allentare la presa sull’area mediorientale significherebbe dire a Mosca e a Pechino di farsi sotto per mettere ancora di più i piedi in una parte del mondo dove ci sono 3 dei 10 maggiori esportatori mondiali di petrolio e 4 dei 10 maggiori esportatori di gas. Nel sistema interconnesso che determina reazioni a catena di vario tipo, anche l’Egitto patirebbe conseguenze pesanti. Una iniziativa radicale di Israele contro Gaza, che dovesse significare la creazione di decine di migliaia di profughi, sarebbe uno scenario che terrorizza Il Cairo. Per due motivi essenziali: il primo perché si riverserebbero nel Sinai migliaia di persone fuori controllo, facili prede delle sirene jihadiste; il secondo perché l’instabilità che ne verrebbe potrebbe benissimo minare la sicurezza dell’altro collo di bottiglia vitale per l’Egitto, vale a dire Suez.

Questa sommaria disamina, fatta sulla scorta dell’evento del 7 ottobre e senza tener conto del passato (anche più recente) mette a nudo una volta di più quanto correttamente dichiarato dal gesuita (che come tale ha ampia capacità di visione) Bergoglio in più occasioni: stiamo vivendo una sorta di terza guerra mondiale.

In questa valutazione il pontefice è ormai da tempo in buona compagnia, giacché dello stesso avviso sono moltissimi qualificati analisti sparsi in giro per il mondo, tra i quali anche Lucio Caracciolo, che da un pò parlano di Guerra Grande (3)

Se in Ucraina è ragionevole credere che ci si trovi al capolinea della guerra combattuta sul campo e che si passi ad una guerra strisciante in stile coreano, lo scenario mediorientale,  per la complessità che abbiamo tentato di stigmatizzare, appare invece molto più scivoloso e potenzialmente allargabile. 

Con conseguenze di ogni genere, anche in Europa, dove – non si dimentichi- vivono oltre 25 milioni di musulmani, cui la causa palestinese non è proprio indifferente.

Fernando Volpi

 

(1) Israele: stato senza costituzione, Polis, 06/2023

(2) F.Maronta, L’esercito di popolo non crede più nel popolo, Limes , 3/2023

(3) Guerra Grande in Terra Santa, Limes, 10/2023