Mer. Feb 21st, 2024

Molto spesso si trovano riflessioni intorno alla figura di  Richard de Coudenhove-Kalergi, persona dall’indubbio peso nella storia culturale europea del ‘900. La quasi totalità delle volte, purtuttavia, se ne sente parlare in riferimento alle sue parole circa il futuro “razziale” del popolo europeo. Tale riflessione non solo spesso è affrontata con piglio decisamente superficiale, ma nasconde un disinteresse per un altra grande parte del lavoro di Kalergi, che rimane vieppiù nascosta o dimenticata: il discorso intorno alla “Pan-europa”, cioè al futuro di un istituzione comune europea.

Tali riflessioni sono esposte, per la prima volta, nel suo opuscolo Pan-Europa del 1922. Questo pamphlet era stato preceduto, fin dal 1920, da una serie di articoli, in cui Coudenhove-Kalergi auspicava la nascita di una “federazione europea” con caratteristiche “federali”. Coudenhove-Kalergi, convinto che all’opera teorica e propositiva dovesse essere affiancata un opera di sensibilizzazione potente sulle cancellerie europee fondò un organizzazione con lo stesso nome,  a cui subito molte personalità eminenti aderirono (Einstein, Masaryk, Freud, Adenauer, Nitti, Valery ecc..) e che galvanizzò anche l’attempato Aristide Briand (1862-1932), decano della diplomazia francese. Kalergi offre una lettura nuova del federalismo europeo, che non era una sortita nuova nel pensiero continentale. Per Kalergi l’unità europea è necessaria all’esistenza dell’Europa, stante il gravissimo pericolo in cui le elites europee versano. Scrive, dunque, lo stesso Kalergi, di questa federazione:

“I due scopi principali della Paneuropa sono: un alleanza difensiva politico-militare di fronte alla Russia e un alleanza difensiva economica di fronte all’America. Un’ Europa spezzettata politicamente sarebbe abbandonata senza protezione a una futura invasione della Russia, un’Europa spezzettata da barriere doganali diverrebbe incapace di concorrenza col vasto mercato dell’economia americana” [1]

Vediamo in questo stralcio la grande importanza che il Conte Kalergi da’ al lemma “alleanza”. Ciò che Kalergi spera non è il sorgere di una “contropotenza europea”, ma quello di un alleanza difensiva, capace di evitare all’Europa una successiva spartizione da parte di potenza non-europee. Ciò che più preme a  Coudenhove-Kalergi è l’adesione di tali potenze ad un trattato che impedisca un altro suicidio europeo generalizzato. In particolare osserviamo la duplice distinzione che Kalergi esprime, sia in termini geografici (America-Russia) sia in termini funzionali (economica-militare). La fase costruttiva in  Coudenhove-Kalergi è quasi del tutto subordinata alla fase difensiva, la quale tiene conto delle minacce convergenti del modello russo-sovietico (che per  Coudenhove-Kalergi è una cosmesi del militarismo zarista) e della forza disarticolante del rampante capitalismo americano, che, a suo modo di vedere, aveva già messo in essere le misure di coercizione politica sul duo Parigi-Londra al tempo della sua entrata in guerra. L’importanza di eliminare le barriere doganali, e di concerto i confini “pesanti”, eredità del diacronismo Westfalia-Vienna, torna prepotente nella sua proposta finale circa la costruzione  metapolitica della federazione ipotizzata:

“Il coronamento degli sforzi paneuropei sarebbe la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, sul modello degli Stati Uniti d’America.  L’Europa si presenterebbe come un entità unica dinanzi agli altri continenti ed alle altre potenze del mondo, mentre all’interno della Federazione ogni stato godrebbe della massima libertà”. [1]

 

 

In questo senso di lettura i confini pesanti (sia culturali che economici) impediscono all’Europa di essere realmente continentale, nella misura in cui rimane incapace di difendere i suoi confini di civiltà (con la Russia) e la specificità della sua economia. La distruzione dei confini interni serve quindi a rafforzare il limes orientale (che Kalergi vuole bloccare sul vecchio confine Polonia-Ungheria) per opporsi validamente al nemico slavo e ad irrigidire le barriere doganali a fronte alla (prevista) invasione economica americana. Impossibile non vedere, in tutto ciò, la lettura che ne diede anche Pierre Renouvin, vale a dire della Paneuropa kalergiana come terza forza tra bolscevismo e americanismo. Geopoliticamente questa intuizione si sposa alla perfezione con le caratteristiche demo-economiche del capitalismo europeo del tempo. In epoca di internazionalizzazione dei poli produttivi (spostamento dell’industria di bassa qualità in India, Sudafrica e Canada da parte inglese, anche in relativo declino, sorgere del capitalismo giapponese e conferma di quello americano) diventa contestuale la necessità da parte del gran capitalismo europeo di proseguire nella doppia spinta di negare i due destini: appendice del capitalismo americano o sottoposta allo scontro con il bolscevismo (con tutti i problemi sociali connessi) e con la perdita di potere in Asia per mano del Giappone.

Il primo a credere, economicamente, nel progetto paneuropeo di  Coudenhove-Kalergi fu’ il banchiere americano di origine tedesca Max Warburg, interessato dalle particolari teorie socio-economiche del giovane rampollo austroungarico. Sarà proprio la diaspora bancaria tedesca a foraggiare Coudenhove-Kalergi, le cui tesi politiche non chiudevano la porta alla collaborazione tra USA ed Europa (mediante Inghilterra) in fatto di spartizione imperialistica, soprattutto dell’Africa. La tesi kalergiana, perorata da Briand presso la Società delle Nazioni nel 1929 riceve il “no” francese e tedesco, e contemporaneamente si pone il problema dell’impossibilità per l’Europa di cozzare autenticamente contro gli Stati Uniti, se la sua unità viene per via federativa e non egemonica (come tenterà di fare Adolf Hitler con la sortita della Seconda Guerra Mondiale).

Kalergi comprende che l’unità europea per via federativa la si possa raggiungere solo coagulando l’interesse franco-tedesco ed estromettendo la volontà inglese. Scappato in America alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, fa appena in tempo a rilanciare l’idea (già esposta nel 1923) di riunire sotto un unica entità amministrativa il carbone tedesco e l’acciaio francese (idea diventata realtà con la CECA del 1951). Il periodo post-bellico offre infatti ai nove punti esposti da Kalergi per l’unificazione europea il campo perfetto per essere testati. La condizione di minorità politica tedesca e la relativa autonomia francese permettono di unire sotto la solita bandiera Schumann-Monnet gli interessi capitalistici dei pesi massimi europei (che tirarono in mezzo anche il terzo incomodo, l’Italia) e la demilitarizzazione generale esclude qualsiasi problema di utilizzo della reciproca forza coercitiva. Inoltre la superiorità americana ripromette al capitalismo europeo di rinascere, su basi confederative (cioè di europeizzazione del capitale) sotto il suo ombrello politico militare, al riparo dall’eterno nemico slavo-sovietico. Francia ed Inghilterra (che aveva dato la propria benedizione al processo di unità europea con il discorso di Churchill a Zurigo del 9 Settembre 1946) salvano la tarda infanzia del federalismo europeo vendendo il proprio seggio nel consiglio di sicurezza dell’ONU (con poche eccezioni).

Non aveva visto quindi in modo sbagliato Jean Baptiste Duroselle, che chiariva come l’Europa attuale non fosse tanto figlia del primo disastro europeo e delle aspirazioni positivistiche kalergiane quanto dal reale presente di  spoliazione e di ricostruzione obbligata durante il dopoguerra. Non è un caso se i processi di federalizzazione europea in fatto di economia monetaria e commerciale nascono tutti nel ventennio 1972-1992, quando l’Europa attraversa prima una crisi di ristrutturazione capitalistica e poi una fase di espansione liberista. Come quella di Kalergi, l’unità europea rimane ancorata saldamente ai presupposti capitalistici europei.  Guido la Barbera, in “Europa e Stato” del 2006, mette bene in relazione le relative accellerate del processo europeo col procedere dell’entrata nella contesa del capitalismo commisto cinese. Egli giunge correttamente a concludere che l’integrazione europea è una sfida dei gruppi finanziari e capitalistici per adattare lo strumento dello stato nazionale alla contesa imperialistica con nuclei capitalistici esterni, in modo diverso ma non difforme dalle necessità che avevano attraversato l’ipotesi Kalergiana.

Geopoliticamente le tesi di Coudenhove-Kalergi sono tutt’ora valide. L’Europa si trova a difendersi di fronte alla spinta del capitalismo russo, che è affrontato nella lotta finale dagli Stati Uniti. In ciò la progressiva “denazionalizzazione” del processo militare e politico, vale a dire lo spostamento del potere e del decisionismo militare dalle singole capitali al duo Bruxelles-New York con l’egida correttrice della NATO è un modo per distruggere i confini europei che bloccavano, anche secondo Kalergi, una risposta adeguata al percepito militarismo russo. Che tale processo sia foraggiato e voluto dagli Stati Uniti è frutto del fatto che nella lotta mondiale tra il capitalismo americano e quello unitario europeo il primo risulta per ora vincente, per cui detta la linea. La distruzione dei confini è fondata sull’ipotesi, rivelatasi vera, che la Russia (e la Cina) potrebbero benissimo lavorare di fino su questi stessi confini. La Russia di Putin in questi mesi è riuscita a ritagliarsi dei piccoli spazi di manovra diplomatica dialogando con le Capitali (Roma e Parigi, in particolare) e bypassando l’architettura europea, mentre i delegati diplomatici eurocratici hanno chiuso a qualsiasi apertura (Nuland, Pinotti e Ashton).

Su un altro versante Kalergi è superato, ma non troppo. In Medioriente l’Europa “post-kalergiana” dovrà integrare la Turchia, per affrontare la grande sfida che pone l’anarchia islamista e la sfida capitalistica iraniana, la quale verrà a porsi da qui a qualche anno quando l’entrata di Teheran nei circoli del grande capitale, mediante egida della SCO o della Unione Doganale sarà completata. E’ quantomai urgente che un opposizione socialista ed eurasiatica a questo progetto si interessi nell’ operare un transfer di importanza da New York a Mosca. I segmenti anticapitalistici eurasiatisti devono velocizzare l’adesione della grande borghesia all’euroasiatismo imprenditoriale, non per favorirlo, ma per creare un involucro politico ed economico adatto ad un salto di qualità, impossibile in questa Europa “kalergizzata” per metà.

Solo portando l’Europa capitalista più vicino all’equanimità politica tra Mosca e Washington  (senza dimenticare di attaccare l’Eurasiatismo imprenditoriale, vera minaccia del movimento socialista ed eurasiatista)  si possono ottenere di nuovo spazi di manovra.

Lorenzo Centini

[1] Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi, Pan-Europa, 1923, Milano 1964

13 thoughts on “Posizione storica del federalismo europeo nell’opera di Kalergi”
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