Al momento non è dato sapere come finirà l’attuale crisi in Medio Oriente, innescata — non nascondiamolo — dalle consuete ambizioni egemoniche statunitensi, cui si sommano le mire espansionistiche israeliane, ormai nemmeno più sopite e chiaramente enunciate dall’ultimo intervento video del primo ministro Netanyahu. Solo due giorni fa, infatti, egli ha descritto la sua nazione (artificiale) come nuova potenza globale. Tradotto: il progetto geopolitico del Grande Israele è ormai palesemente reso manifesto.
Poco importa ormai, se l’attuale Presidente degli Stati Uniti sia sotto un possibile ricatto da apparati interni o stranieri per la questione dei file Epstein. Il risultato di quanto è accaduto solo pochi giorni fa è sotto gli occhi di tutti: attacco militare all’Iran e crisi petrolifera globale. A cui naturalmente hanno risposto immediatamente i mercati finanziari (e in questo caso anche l’economia reale) con un impatto devastante sui prezzi del Brent e del Natural Gas.
E da qui nasce la nostra riflessione sulla fragilità del pianeta; fragilità che possiamo dividere in alcune macro aree ben definibili.
Fragilità dal punto di vista energetico
Un pianeta che prevede per i prossimi decenni una imponente sovraesposizione di utilizzo dell’energia elettrica (spinta da una domanda globale sempre più massiva dovuta alle nuove tecnologie) si è immediatamente rilevato vulnerabile in sede di produzione energetica. Il blocco dello stretto di Hormuz (a cui lo stato maggiore iraniano aveva evidentemente pensato da anni) ha provocato un repentino shock petrolifero e uno shortage di riserve nel breve termine. Nel frattempo, il mondo ha dimostrato di non aver spinto abbastanza su energie alternative — né rinnovabili né nucleare — e il risultato è che nel 2026 si è tornati a guerre e frizioni collegate in gran parte a motivi petroliferi (vedi Ucraina, Venezuela, Iran). La dipendenza strutturale dal petrolio e dal gas, che rappresentano ancora la gran parte del mix energetico globale, ha reso l’accesso alle fonti fossili di nuovo centrale nel determinare instabilità e scontri. In un sistema energetico meno diversificato e resiliente, ogni shock di offerta si traduce immediatamente in vulnerabilità strategiche e conseguenze difficili da gestire. Appare incredibile che nel XXI secolo si sia ancora così dipendenti da queste materie prime.
Fragilità dal punto di vista logistico
Lo shock petrolifero ha altresì evidenziato le problematiche logistiche a livello globale. Trasporti su gomma e su nave sono vulnerabili e antieconomici, e totalmente dipendenti dalla disponibilità petrolifera. Esistono al momento pochi progetti che convergano, per esempio, sui trasporti su rotaia di nuova generazione, più economici e veloci su base continentale (escludendo gli oleodotti trans-eurasiatici ovviamente). Se i grandi continenti (Americhe, Africa, Eur-Asia, Australasia insulare) si dotassero di trasporti interni meno onerosi, anche le frizioni geopolitiche dovute ad evidenti necessità petrolifere diminuirebbero in maniera sensibile.
Fragilità dal punto di vista militare
Dopo i fallimenti militari russi, che sono impantanati in Ucraina da 4 anni, Stati Uniti, Israele e le petro-monarchie si sono riscoperte clamorosamente vulnerabili alle risposte militari della Repubblica iraniana. Nonostante una marcata aggressività iniziale nei primi bombardamenti su Teheran, lo scudo di difesa Iron Dome è stato saturato in 3 giorni e molte città di Israele portano segni evidenti di devastazione. Inoltre – con ogni probabilità – una portaerei americana sarebbe stata colpita e costretta al rientro già nelle prime 72 ore di scontro, mentre alcuni caccia statunitensi sarebbero stati abbattuti nel corso di missioni sopra l’Iran. Non ultimo, gli Stati del Golfo sono sprofondati nel terrore: Dubai è deserta dopo i bombardamenti iraniani su numerosi siti energetici e militari del Medio Oriente, mentre il Qatar ha dovuto bloccare completamente la produzione petrolifera, dichiarando decaduti alcuni contratti a lunga scadenza “per cause di forza maggiore“. Questa fragilità militare avrà ripercussioni geopolitiche nel lungo termine di notevole impatto, vista anche la presenza, a difesa dell’Iran, di attori importanti come la Russia e la Cina.
Fragilità dal punto di vista finanziario
La questione, ovviamente, non rappresenta una novità. La reazione dei mercati alla guerra, laddove vi sia un forte pericolo di instabilità, è sempre nervosa e timorosa. I futures di petrolio e gas sono schizzati alle stelle in maniera istantanea, mentre i rischi di inflazione e recessione hanno impattato sui tassi globali di accesso al credito, che, in caso di processi inflattivi di lunga durata, saranno ovviamente aggiustati al rialzo, andando a incidere in maniera importante sulla vita di miliardi di cittadini del globo. Si addensano nubi anche sul mercato del credito privato, sulla tenuta di alcune banche regionali in Occidente e sulla fragilità del mercato immobiliare americano, e, in caso di profonda recessione, la disoccupazione tornerà a mordere il collo di larghi strati sociali della popolazione, con Stati sempre più indebitati che non molto potranno fare per lenire l’impatto della crisi finanziaria sui propri cittadini.
Fragilità dal punto di vista geopolitico
Diciamolo chiaramente: organismi come ONU, NATO, CSTO de facto non esistono più. All’orizzonte si scorgono nuovi organismi (talvolta anche piuttosto ridicoli), quali BRICS e BOARD OF PEACE, oltre a tutta una pletora di accordi a livello locale che non sembrano garantire la tenuta di molti focolai di tensione fra Stati. La multipolarità del pianeta, da tanti analisti auspicata, si è ormai trasformata in un ‘bomba libera tutti’ (appunto), in cui le alleanze geopolitiche sono melliflue e in continuo sommovimento. I due grandi big player – Usa e Cina – si confrontano in maniera ormai decisa su diversi fronti del pianeta, più o meno evidenti, e sono contornati da potenze regionali non sempre affidabili e da zone di frattura continentale (Europa, Africa, Medio Oriente, Caucaso, Far East), che nel futuro saranno sempre più di difficile gestione. Sul tavolo, oltre ai dossier Ucraina e Iran e alla grottesca querelle sulla Groenlandia, ci sono anche altre questioni, quali Cuba, Taiwan, le due Coree, numerose crisi africane, solo per menzionarne alcune. Ma tutte convergono verso un inasprirsi sempre più marcato della frizione fra le due grandi potenze, Usa e Cina.
La convergenza di tali criticità delinea un pianeta sempre più vulnerabile. E come ci insegna la storia, quando tante aree del globo sono in equilibrio precario, se non proprio in mezzo a una bufera militare, mantenere la nitroglicerina stabile ed evitare lo scoppio di un’enorme polveriera è affare assai complicato, specie in presenza di attori totalmente fuori controllo quali Trump e Netanyahu, oltre al sempre meno spesso citato Putin, che ha condotto la Russia sull’orlo del baratro finanziario e che ora beneficia del rialzo del prezzo del greggio.
Difficile, adesso, essere ottimisti e fare ipotesi percorribili. Nel caso in cui il focolaio in Medio Oriente non si spenga abbastanza in fretta, un processo di lenta ma inesorabile inflazione e recessione a livello globale è il minimo che oggi possiamo aspettarci nei prossimi mesi. Quali saranno poi le conseguenze a livello geopolitico e militare di questa sempre più probabile crisi non è, al momento, dato saperlo. Ma non ci sentiamo nemmeno in grado di escludere l’eventualità di un conflitto globale esteso tra superpotenze, che condurrebbe ad esiti catastrofici per tutto il pianeta.
Qualcuno adesso scommetterebbe su una Pax Mondiale da qui fino al 2030?
Riccardo Berti
24.03.2026

