Cosa abbia sussurrato Emmanuel Macron a Giorgia Meloni al suo arrivo al vertice E4 di Parigi sulla crisi di Hormuz non è dato saperlo, ma possiamo tentare delle ipotesi. Forse le avrà dato il ben tornato nei ranghi della diplomazia europea, dopo aver provato a mettersi in proprio per fare da mediatrice tra Europa e Stati Uniti o forse l’avrà semplicemente accolta nel sempre più nutrito club di quegli ingrati, ormai sotto continuo cecchinaggio dalle sponde del Potomac. In entrambi i casi una sconfitta amara per la donna forte di Roma, che in poche settimane ha messo a repentaglio un capitale politico di rilievo costruito negli ultimi tre anni. Dimostrazione che nel vecchio continente in politica estera si naviga a vista e spesso senza bussola.
Ma concentriamoci sulla questione più ampia e preoccupante che, come per miracolo, sta facendo uscire dalla sua letargia incapacitante il pachidermico corpo della vecchia Europa. Su un aspetto va comunque fatta immediata chiarezza: non stiamo parlando di UE, giacché per essa non dovremmo riferirci ad un pachiderma, bensì ad un’entità ectoplasmatica politicamente e militarmente incapace di trattare su qualsiasi tavolo.
In effetti, ci voleva una crisi epocale, che potrebbe essere uno dei segnali – se non il segnale per eccellenza – di uno storico cambio di paradigma nelle relazioni internazionali per far comprendere ai principali stati europei che un’epoca si è chiusa; se invece qualcuno tra Bruxelles e Strasburgo non lo avesse ancora capito, glielo spieghiamo velocemente con una breve sintesi di pochi punti.
- Primo: la UE è ormai un pugile che ha preso tanti di quei colpi da non essere più in grado di capire chi è e dove sta l’avversario.
- Secondo: all’angolo del pugile in balia dell’avversario c’è un secondo a sua volta in balia degli schemi mentali incapacitanti propri di una leadership UE diventata vecchia ancor prima di nascere.
- Terzo: se dall’angolo del pugile suonato non viene gettata la spugna, c’è il serio rischio di riportare a casa un cadavere.
Alternative non ve ne sono. Non si può combattere alla pari, soprattutto quando si è un peso piuma contro un peso massimo.
Con questa impietosa disamina, fatta con il gergo tecnico della nobile arte, abbiamo forse reso chiaro con disarmante asciuttezza lo stato dell’Europa, quella nella sua declinazione ufficiale di UE.
Nessuno che abbia un minimo di conoscenze e di visione dovrebbe meravigliarsi di quello che abbiamo appena scritto. Oggi la UE raccoglie ciò che ha seminato nel corso degli anni, dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Sempre usando uno schema in pochi punti, possiamo riassumerlo in questi termini.
- Primo: nascita di una burocrazia elefantiaca e di una classe di politici inetti da parcheggiare al di fuori dei parlamenti nazionali.
- Secondo: creazione di un solco profondissimo tra livello decisionale e livello rappresentativo.
- Terzo: un organismo che disciplina financo la lunghezza dei tubi di scarico delle auto ma non ha una sua linea politica sui principali dossier internazionali è un non senso.
- Quarto: secondo gli schemi cari agli europeisti di stretta osservanza l’Europa esiste perché c’è la moneta unica. Il resto pare solo inutile corredo.
Risultato finale: ognuno per la sua strada a cercare la maschera giusta da indossare per la rappresentazione in programma.
Ripercorsa brevemente la malattia cronica che affligge la UE, veniamo inesorabilmente ai fatti delle ultime ore, dai quali Bruxelles sembra ormai estromessa per causa contingente ed incapacità di azione. Detto in termini più spicci: quando c’è il rischio concreto che tra qualche settimana potrebbe non esserci più gasolio per i tir che smistano merci o cherosene per gli aerei di linea, è reale la paura di ridursi come la corte imperiale di Costantinopoli impegnata a stabilire quale fosse il sesso degli angeli, mentre i giannizzeri ponevano fine al millenario impero tagliando teste lungo il Bosforo. Se i pasdaran persiani chiudono Hormuz per ritorsione ad una guerra assurda, se gli americani tentano di trovare una pace che è impossibile nei termini da loro proposti, se Israele soffia sul fuoco per correre verso l’ignoto, se la UE non esiste per nessuno (a quanto pare neanche per chi ci sta dentro), diventa necessario esperire qualcosa.
E arriviamo così al vertice di Parigi denominato E4, che ci svela impietosamente un fatto: la UE, così come la conosciamo, è diventata la controfigura di quell’attore politico che non si è mai fatto, del tutto inutile in un teatro internazionale dove le sole parole non contano più nulla.
Proviamo allora a capirci qualcosa, tenuto conto che per l’Europa (nel senso più ampio del termine) è fondamentale il rapporto con gli USA, essendo a tutti gli effetti la provincia orientale di un impero in forte crisi di stabilità.
Dobbiamo giocoforza distinguere tra gli USA di (e con) Trump, dunque gli attuali Stati Uniti in piena bulimia propagandistica di guerra, e quelli che potranno tornare ad essere dopo che il tycoon sarà rientrato nei suoi attici della Trump Tower.
Con Trump e la sua schiera di preoccupanti adepti impegnati a gestire le sorti dell’Impero Atlantico si è ben visto che l’acredine verso la provincia europea ha raggiunto livelli mai registrati prima. Del resto, soffiando più di ogni altro sul fuoco dell’ingratitudine degli europei scrocconi e parassiti a traino della deterrenza militare americana, il mondo Maga ci ha largamente vinto una campagna presidenziale, per cui era ipotizzabile che non ci fosse da aspettarsi molto altro. Ad onor del vero in tutto questo una dose di verità c’è, perchè la copertura securitaria di Washington ha fatto comodo a molti, se non a tutti, in Europa; ma è altresì vero che ha fatto comodo anche e soprattutto agli stessi USA, avendone questi ricavato una rendita permanente in termini di presenza strategica, di commesse fantasmagoriche per l’industria bellica nazionale e, soprattutto, di influenza e pressione politica sui governi europei. Se dovessimo mettere tutto, ma proprio tutto, sui due piatti della bilancia, abbiamo la ragionevole certezza che le province europee dell’impero atlantico hanno più dato che ricevuto. Ma questo conta poco agli occhi dell’attuale inquilino della Casa Bianca, abituato com’è a controllare ogni giorno i registri di cassa e ad alzare il tono dello scontro: chi pensa sempre in termini di a lot of money ed è esasperatamente autocentrato non può essere uomo di facili relazioni in tempi di crisi come gli attuali.
Il piatto della bilancia ha pesato e peserà ancora a sfavore dei paesi europei, che oggi toccano con mano la loro prolungata inerzia e l’assenza di una visione comune in politica estera e in deterrenza militare. Abituati ad essere gestiti e ad essere conniventi con le scelte provenienti da Washington ci siamo adagiati ad un modus operandi che oggi la dottrina Trump non contempla più come facente parte del proprio bagaglio. Per lo meno questo appare, sebbene il soggetto, da spregiudicato affarista qual’è, abbia mostrato più volte di alzare la voce ed il tiro, salvo poi giungere a trattare dopo aver “ammorbidito” a dovere la controparte.
Se dunque il fattore Trump diventa oggi la coscienza colpevole di un’Europa che ha preferito, scelto, voluto essere provincia dell’impero d’oltre Atlantico, v’è anche la possibilità che il medesimo fattore dia la spinta decisiva per un colpo di reni che gli europei potrebbero e dovrebbero dare. La storia ci ha fatto conoscere molti momenti difficili per il vecchio continente, dai quali le genti d’Europa hanno saputo rialzarsi e riprendere il loro cammino di civiltà. Perché non dovrebbe essere possibile ancora una volta? Dove sta scritto che nelle capitali europee ci si debba svegliare ogni giorno aspettando le dichiarazioni esilaranti o le farneticazioni di un uomo privo di cultura dello Stato, la cui famiglia ha introitato 1,5 miliardi di dollari da quando siede alla Casa Bianca? Perché mai non dovrebbe nascere ciò che ad oggi è parso sempre un miraggio?
Non solo i tempi sono maturi, ma addirittura c’è il concreto rischio di essere fuori tempo massimo, visto che la rapidità degli eventi non gioca certo a favore della lentezza europea e tanto meno ci gioca l’atteggiamento di aperta sfida e rivendicazione che quotidianamente viene da Washington.
Se la presenza alla Casa Bianca di uno come Trump può dunque essere la miccia giusta che potrebbe accendere l’amor di Patria europeista ai decisori del vecchio continente, c’è anche il risvolto della medaglia: aspettare che passi la tempesta anomala per tornare a trattare con l’alleato storico una volta che si sarà sgonfiato l’effetto Trump.
Gli scenari che si aprono sono quindi due.
1) Se a Trump succederà qualcuno della sua attuale cerchia Maga (Vance? Rubio? Wittkof?) si può ipotizzare un cambio di tattica e modi di approcciarsi meno esasperati, ma sostanzialmente poco diversi da quelli visti fino ad ora. In tal caso potremmo assistere ad un perdurare dell’atteggiamento ostile verso l’Europa, con l’implementazione di reali misure di disimpegno militare ed un peggioramento dei rapporti economici; il tutto senza gli eccessi verbali propri del tycoon con le sue uscite sulla Groenlandia e sui capi di stato europei.
2) Se a vincere le prossime elezioni presidenziali americane dovesse essere un democratico, magari ben distante dalle posizioni Maga, è ipotizzabile che si cerchi in ogni modo di relegare il quadriennio trumpista in una sorta di damnatio memoriae, tentando di ripristinare una sorta di “normalizzazione” interna ed esterna. Se questo sarà ben difficile all’interno per tutta una serie di ragioni, è verosimile aspettarsi che verso l’esterno si possano ricucire i molteplici strappi causati dalla gestione Trump & c.
Sarà di fronte a queste due possibilità che l’Europa dovrà sciogliere i propri nodi, anzi il nodo per eccellenza. Continuare ad essere provincia di un impero in declino e come tale esposta alle vicissitudini interne ed esterne degli Stati Uniti (e del suo alleato-fratello mediorientale)? Oppure valutare l’attuale situazione come un punto di arrivo di un percorso storico che si è definitivamente compiuto e trarne le dovute conseguenze?
Si tratta di un nodo gordiano che per essere tagliato richiede coraggio politico e forza contrattuale. Nasconderselo sarebbe stupido e irresponsabile, così come è assurdo proseguire sull’attuale linea dell’attesa.
L’Europa ha il dovere ed il diritto di rimettersi in moto lungo il percorso della storia, ma per farlo non può solo gestire il contingente, l’adesso, il momento nero dei crolli economici prossimi futuri. I vertici come l’E4 devono assolutamente essere il momento per decisioni storiche epocali e per individuare i percorsi da seguire che conducano a risultati concreti. Non è importante se il cammino verso un obbiettivo non più procrastinabile lo si farà con il marchio UE o con l’E4 o con il Quad Europeo. O se lo farà solo qualche coraggioso stato europeo che deciderà assieme ad altri di costruire un formato politico ed economico spendibile per la bisogna. Quel che conta è iniziare a riprendere un cammino, perchè non è assolutamente possibile pensare che a Budapest si dica una cosa, a Madrid il contrario e a Roma o a Parigi si stia alla finestra a guardare chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca.
Sempre sperando nella buona stella, che da tempo è tramontata.
Fernando Volpi
15.05.2026

