Siamo reduci dal recente referendum sulla “riforma” della giustizia che ha visto prevalere il no. Tuttavia, è necessario chiedersi se la gente avesse realmente compreso la portata della riforma, poiché il dibattito politico ha portato l’attenzione ben lontana da quelli che erano realmente i quesiti proposti.
Si è assistito a un dibattito che riguardava moltissime questioni legate alla giustizia italiana, ma ben poco si è detto, in proporzione, su quello che si proponeva di fare. Un dato di fatto è che, in Europa, poiché il problema non è solo italiano, cala la fiducia nella giustizia: la gente si sente sempre più lontana dalle aule dei tribunali, scoraggiata dall’elevato prezzo della difesa legale, dai tempi interminabili per ottenere un giudizio e dal timore di essere condannati ingiustamente.
I telegiornali, e più in generale i media, ci ricordano continuamente gli errori giudiziari, le detenzioni ingiuste, le aziende sequestrate e poi mal gestite dagli amministratori giudiziari; e poi potremmo continuare con tutte le conseguenze di quella che viene comunemente chiamata malagiustizia.
Tuttavia, ci è stato detto che la riforma oggetto del referendum sarebbe stata la panacea a tutti i mali della giustizia nostrana, oppure che questa avrebbe stracciato la Costituzione, che avrebbe agevolato le mafie e chi più ne ha più ne metta. La triste verità è che questa riforma avrebbe inciso poco e niente sui veri problemi della giustizia: sul diritto a un processo di ragionevole durata, sui disequilibri tra accusa e difesa nel processo penale, sulla politizzazione della magistratura e sulla “mancata giustizia innanzi alle ingiustizie giudiziarie”, sulla profonda iniquità del processo tributario che penalizza il contribuente rispetto al fisco.
Un passo decisivo verso una vera e profonda riforma della giustizia fu il referendum del 1987, il quale era finalizzato all’abrogazione di alcune disposizioni del codice di procedura civile e a riconoscere la responsabilità civile del magistrato. Il codice di rito prevedeva una limitazione della responsabilità del magistrato per il danno da questi causato nell’esercizio delle sue funzioni; il risultato fu una netta vittoria del sì, più dell’80%, e la riforma non ebbe mai seguito, lasciando disattesa la volontà del popolo, dando vita alla famosa legge Vassalli che si allontanava decisamente da quella che era la finalità del referendum, ovvero “trasferendo” la responsabilità degli errori del magistrato sullo Stato.
A questo punto è necessario chiedersi da dove debba iniziare una reale riforma della magistratura, che non guardi a singoli aspetti dei meccanismi giudiziari ma ponga l’attenzione sul sistema nel suo complesso. È necessario chiedersi anche fino a che punto arrivi la volontà della politica di garantire al cittadino un giusto processo e l’accesso a una adeguata difesa, anche per i meno abbienti, oggi in balia dei vari cavilli sul reddito, ma soprattutto di vedersi garantito il diritto al risarcimento in caso di errore giudiziario.
Simone Castronovo

