Gio. Giu 20th, 2024

Non mi piaciono gli epitaffi o i ricordi a date scontate, perché le persone che hanno avuto un ruolo significativo per una comunità umana non possono essere ricordate d’ufficio in base a scadenze prefissate. Semplicemente te le devi portare dentro, icone indelebili della storia di un popolo e di ognuno di noi. In questi giorni la nausea che mi è procurata dallo squallido teatrino della politica non può allora non contrastare con il ricordo che mi suscita una data che mai dimenticherò.

Giovane spensierato, superati gli esami della sessione estiva, mi trovavo a trascorrere delle piacevoli giornate di vacanza in compagnia di colei che sarebbe poi diventata mia moglie, quando fummo raggiunti dalla notizia dell’assassinio di Paolo Borsellino. Nonostante la nostra giovane età, che facilmente può non permetterti di soppesare con adeguata criticità un accadimento come quello, ricordo che rimanemmo in una condizione strana, quasi sospesa, tra lo spaesato e il frustrato, inconsciamente consapevoli che il nostro paese fosse un cattivo patrigno per i suoi uomini migliori. 

A distanza di trenta anni ho ormai maturato un disincanto che si accompagna ad una vera e propria delusione per tutto quello che quotidianamente è all’ordine del giorno nella politica e nel costume di questo nostro paese. 

Dicevo appunto del contrasto tra la squallida testimonianza offerta in queste ore dalla politica e dai suoi incommentabili attorucoli di ogni segno e latitudine ed il doveroso ricordo per l’esempio di integrità morale e coraggio fisico che alimento’ l’esistenza di Paolo Borsellino, in special modo nelle sue ultime settimane di vita.

Fu nei pochi giorni compresi tra la morte di Giovanni Falcone e la bomba di via d’Amelio che Paolo Borsellino lasciò ai posteri il suo testamento spirituale, vero e proprio monito per il paese legale di allora e predizione per il futuro: “La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità“.

Di quelle parole, che costarono la vita a Paolo Borsellino, quale lezione ha tratto il ceto politico italiano? Nessuna: in realtà il puzzo del compromesso morale è la scia nauseabonda che traccia inequivocabilmente i movimenti e gli atti di quasi tutto ciò che in Italia è istituzionale  e di freschezza si stenta a percepirne anche il benché minimo anelito. Ma il peggio è che ormai non ci fa più caso nessuno e ancor peggiore è il fatto che questo sistema denota una sorta di mafiosita’ latente capace di pervadere un pò tutto.

E allora come si può pretendere che vi sia indignazione o riprovazione di fronte al puzzo della politica del compromesso e dell’accomodamento che continua a dare il meglio di sé in un paese ad elevata propensione mafiosa? Non ci si può meravigliare se siamo il paese più corrotto d’Europa e quasi in fondo alla classifica mondiale: è così perché il metodo mafioso è insito nel DNA di questo paese, anche se Riina o Provenzano sono ormai morti e sepolti.

Non resta allora che accontentarci di una cosa: gli italiani sono fatti così e la storia ne offre numerose testimonianze: capaci di bassezze e viltà indecenti, spesso miserevoli opportunisti, ma al contempo fucina di esempi ragguardevoli che restano negli annali della storia. E di ciò ne abbiamo ampio riscontro proprio in questi giorni: da un lato la tarantella della crisi di governo con le sue squallide comparse, dall’altro il ricordo di un uomo di Stato che si erge come un gigante all’orizzonte della nostra storia recente. 

 

Fernando Volpi

19.07.2022

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