Mer. Feb 21st, 2024

Sulle note dell’adagio per archi di Samuel Barber, si srotolano gli ultimi metri di pellicola del film. La sconfitta bruciante di una gioventù avvolta da un sacco nero o perduta in un ago in vena. L’anno successivo il denaro smise di dormire e Maggie, oltre l’Atlantico, nel vecchio continente, oracolo del charging bull, pronuncio’ la sentenza: “La società non esiste.” Tra il banjo e la balalaica di fatto non si ode, ancora, alcun suono. Si distingue bene, però, un ragliare indistinto sulle note, stonate, della “cultura europeista”.

I sociologi stentano ancora, forse già miopi da lustri, a tentoni, cercano tastando a casaccio, un nuovo paio di occhiali che permetta loro di poter finalmente partorire la risposta alle “nuove spinte globali”. Intanto, però, spingono verso la soluzione migliore per loro, oppure per l’oro. Enfasi entusiastica verso le “istituzioni democratiche”, le uniche in grado di poter dare efficace soluzione alle problematiche di quel disagio della modernità che, riassunto in tre parola sarebbe: individualismo, primato della ragione strumentale, conseguente limitazione della Libertà e scarsa partecipazione, ma che, nella più schietta ed allargata definizione possibile, è fallimento, il fallimento conclamato proprio di quelle ‘istituzioni democratiche”, protagoniste negative del corso di una storia vuota, priva di ricordi ed ancor più di civili dubbi.

Nella Grecia del V secolo, Atene brillava di arti, teatro, filosofia ed oro. Era l’età di Pericle, lo stratego dell’impero, delle leghe e della Democrazia Radicale. Per il suo tempo un comunicatore, un politico spregiudicato, risoluto nell’esercizio del dominio, rivoluzionario nel cancellare, con un atto pubblico, una legge, privilegi e privilegiati, radicale nel compiere il volere del Popolo. Pericle, approfondì e specificò il progetto di riforme di suo zio Clistene, l’uomo della “Costituzione di tutti gli Ateniesi”, sia il primo che il secondo lasciarono a tutti noi, noi Mondo, quell’humus che strutturò Roma, il suo Impero, le nostre attuali istituzioni, riminiscenze artefatte di un passato ben più luminoso. Noi, i familiari stretti del futuro, balbettiamo di valori democratici, nel mentre, molto mestamente, legati per il collo, da vecchio cavallo, ci facciamo portare al mattatoio e poco cambia al senso del rendez-vous andarci ammantati da un telo azzurro con stelle dorate.

Da Atene a Bruxelles, un chilometrico percorso ormai saturo di abbandono, con un evidente, forse evocativo, spostamento verso Ovest. L’imperialismo di Pericle guardava all’Asia Minore, dall’alto dell’acropoli, la luce, moltiplicata dal bianco dei marmi e dal luccicare dell’oro, amplificava la sua vista in una visione spazio temporale congiunta, amalgamata dal pensiero degli Ateniesi. Popolo e Polis, identità concreta ed al contempo spirituale, come successivamente furono: Roma, i Romani e la Res Pubblica, Parigi ed i Francesi in versione carolingia e napoleonica, Aquisgrana, Praga, Vienna, Palermo, Ratisbona ed i germanici del Sacro Romano Impero e nel mentre germogliavano gli stati nazionali e le grandi capitali che arrivano ricche di forza unitaria fino al 1900 con la Vienna musicale, ultima erede della corona imperiale, ancora Roma e Berlino negli anni ‘20 e ‘30 dello stesso secolo e, dopo la guerra, quelle note e grandi città degnamente capitali. Una cosi ricca eredità banalizzata e de materializzata nel servilismo della minuscola, forse insignificante, magari bruttina, io non lo so, “capitalina” dell’unione che occhieggia ad un oceano già lontano e con 2.926 miglia nautiche prima della successiva terra emersa. Il miglior modo per rappresentare il passato ed indicare il futuro di una Civiltà. Probabilmente nei tempi dell’individualismo non più disagio ma caratteristica, i simboli stessi delle società si assoggettano ad un minimalismo non di genio ma piuttosto di contenuto. Probabilmente la “grandezza entusiasmante e risolutiva” delle istituzioni democratiche riesce a trascendere e mutarsi in un mutevole, aleatorio, metaverso di avatar, livelli, bonus, stelline e rating, nella codificazione stringente di un algoritmo di debito !

Sono nato in una stazione ferroviaria, in questa sono stato svezzato, accudito, cresciuto tra le leve del blocco di comando ed il transitare dei treni, ho l’imprinting del fluire che si attiva al battere ritmico delle ruote sulle giunzioni dei binari, dove stiamo andando? Se la coppia d’oro della banale filosofia moderna è individualismo e democrazia, di evidente incongruenza, non mi preoccuperei delle impronte a carbonio ma, piuttosto, del segnale a frequenza che stiamo trasmettendo alle generazioni future, la mitizzazione dei significanti censurati del loro significato, la democrazia, la cultura, la libertà, sequenze ordinate di lettere e nulla più. Da Atene a Bruxelles con un bagaglio già leggero, alleggerito nel percorso. Il fardello pesante dell’integrità scaricato ed abbandonato velocemente. La democrazia non è ciò che ci mostrate, lo strapotere bugiardo di fittizie maggioranze, le Comunità Umane sono corpo unico di individuali insiemi, la Libertà non si esercita nel ridotto spazio sancito per uno sterile libero arbitrio, la Cultura non sono i premiati in manifestazioni carnevalesche, le Scienze non sono determinate da hollywoodiane statuette, la Solidarietà non sta nelle donazioni a fantomatici e millantatori operatori, lo Sviluppo Economico non si genera con il lascito di una minima parte di un bottino defraudato, rubato, sottratto con la forza. L’Integrità della storia d’Europa non è rappresentata da una meschina Bruxelles. L’Identità d’Europa non è la sottomissione ad un vile progetto liberista, partorito da quel marcio che noi stessi abbiamo gettato a mare.

In quella terra strappata ad altri, simbolo di equilibrio tra Natura ed Uomo, padri senza padre ne storia, fondarono le colonie di un mondo con regole pre tribali e con codardia e bieca furbizia lo chiamarono nuovo, sancendo nella loro dichiarazione di indipendenza, l’uguaglianza totale degli  uomini, 4 luglio 1776, salvo poi abolire la legittimità della schiavitù solo nel 1863, il primo gennaio, 86 anni, 7 mesi e 3 giorni dopo, ed ancora oggi i Nativi vivono in riserve. Che le colpe dei padri non ricadano sui propri figli a meno che quest’ultimi non ne aggiungano di nuove come l’imperialismo senza civiltà. Eppure oggi li si eleva a simbolo, buon esempio, archetipo di libertà. Sarà forse quella dell’epilogo beffardo e tragico di quel film sulle struggenti note dell’adagio, oppure quella del massacro al suono della cavalcata delle valchirie, la libertà di uccidere la Libertà? La libertà di imporre la democrazia senza Democrazia? Quel senso sociale che fece dire ad un mediocre attore presidente che i governi non sono la soluzione ma il problema? Affermazione a cui lady mutande di ferro, Maggie, fece eco con l’illuminate ed illuminato (sic), la società non esiste.

Il banjo suona il solito ritornello, la balalaica potrebbe pure intonare nuovi canti sovietici, la Cina dei funzionari stereotipo, vestiti come agenti della Cia, stando alla finestra, gioca le sue carte per espandere e proteggere il nuovo libretto azzurro del capitalismo post comunista. Gli attori non protagonisti balzano nel proscenio ogni qual volta si fiuti la possibilità di applausi, alternando siparietti comici, tragici o sentimentali, rinvangando vecchi rancori e declamando le nuove frustrazioni. Nel mezzo, l’assordante silenzio del vuoto. Il silenzio della mancanza, l’abbandono e la parvenza. Dove stiamo andando se non al mattatoio! Siamo ancora disposti a pagare il prezzo dell’anonimato politico, culturale e morale in nome del mondialismo delle multinazionali, permettendo l’estrazione forzata di plus valore da parte di una becera nuova nobiltà per divino diritto finanziario, facendo finta che quel plus valore non sia il Lavoro delle mani e della mente di un qualcuno “banalmente” Umano. Con quale coscienza possiamo accettare che i Greci abbiano dovuto mendicare davanti ai bancomat bloccati dal sistema, ciò che era “banalmente” di loro proprietà.

Quale morale oppure quale etica traspare dalla politica dell’ormai silurato Boris l’Albionico, fuori dall’Unione Europea, fuori dall’Euro ma accaldato e sudaticcio sostenitore di una Ucraina all’interno della UE. Di quale democrazia ci vantiamo? Di quella che qualche ministro divulga a manganellate sui rei di legittima difesa, di quella che viaggia nel sorrisetto ebete di qualche politico raccomandato, di quella social di qualche politico delle grigliate, o magari quella mefistofelica di qualche satrapo improvvisato? La democrazia dell’incostituzionale costituzionalità, dei diritti negati, dello sviluppo bloccato, dei salari e stipendi congelati da decenni, del controllo delle informazioni, di quel luminoso distopico futuro di vaccini ed ogm?

Intanto nel mezzo le correnti d’aria sono diventate tempeste, nella terra di mezzo transitano treni di predoni, carovane di saltimbanchi, carri di pescivendoli urlanti e le guerre, guerre per vendere armamenti, guerre per le risorse e lo spettro di quella levatrice che aiuta a partorire la rivoluzione dell’eterno conflitto.

Cara Maggie la società esiste, esiste nell’astensionismo, esiste nel dissenso, il problema sono i troppi Proci ad Itaca che non sia però una giustificazione.


Roberto Laficara

03.08.2022

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