Mer. Feb 21st, 2024

Nel 1953 nasce a Northampton, in Inghilterra, colui che l’Enciclopedia Britannica definisce uno scrittore che annovera fra le sue opere alcuni fra i più importanti titoli nella storia del fumetto. Lo sceneggiatore Alan Moore è universalmente noto per i testi di V for Vendetta (1982-1986), letteratura disegnata di genere fantapolitico (una sorta di 1984 post-atomico, chiara critica in chiave metaforica dell’era thatcheriana e di movimenti della destra radicale come il National Front) che fu portata sul grande schermo da McTeigue nel 2005; il personaggio principale, il “terrorista” V di cui non si conosce la vera identità, indossa una maschera ispirata alle fattezze di Guy Fawkes, il cospiratore cattolico bombarolo del 1605; numerose sono le “bocche” a essersi abbeverate a questa fonte, dal gruppo internazionale di hacker Anonymous ai produttori della serie televisiva spagnola La casa di carta. Moore ha firmato altri indubbi capolavori fumettistici, come Watchmen (1986-1987), in cui la figura del supereroe – in una sorta di amara satira – viene psicanalizzata, rivoltata, rimasticata e stravolta, e From Hell (1991-1996), sul serial killer Jack lo Squartatore, ambientando la narrazione in una Londra decadente e allucinata; i campioni della letteratura di genere europea dell’800 (da Jekyll & Hyde al Capitano Nemo), vengono rivisitati alla luce del mito supereroistico nella saga The League of the Extraordinary Gentlemen (1999);  il fumetto di Moore spicca fra gli altri per l’intricata e per l’innovativa costruzione della “gabbia” della tavola, nella quale le varie vignette seguono un andamento dal gusto cinematografico (quasi senza soluzione di continuità fra di esse, come fossero i fotogrammi di una pellicola in proiezione) oppure si dispongono secondo un “gusto artistico” che dà alla tavola stessa l’aspetto di un quadro d’autore; da un punto di vista narrativo Moore dimostra di aver assorbito quasi per intero il “canone occidentale” che viene applicato in maniera magistrale al linguaggio fumetto, con tutti i suoi codici peculiari perfettamente padroneggiati.

28Per il mercato americano (in tandem con il suo conterraneo e collega fumettista Neil Gaiman) Alan Moore ha firmato la rinascita (o meglio la “seconda rinascita” dopo quella operata da altri nel 1982) di un personaggio dei fumetti horror degli anni ‘70, Swamp Thing, la creatura della palude; in una serie indimenticabile di albi della casa editrice DC, pubblicati fra il 1984 e il 1987, Moore si impossessa di una vecchia carcassa verde e melmosa, la analizza e la disseziona fino a trasformarla in un personaggio del tutto nuovo, uno “strano uomo” dalle mille sfaccettature che solo nell’aspetto esteriore è un mostro, essendo in realtà un tassello intelligente e principe di un ecosistema che avvolge l’intero Globo; la serie televisiva del 2019 (che, nonostante i molti pregi, non ha avuto la fortuna sperata) si ispira proprio al ciclo di Moore.

Swamp Thing ci consente di agganciarci al Moore scrittore di libri. Voice of Fire è apparso sul mercato inglese nel 1996 dopo oltre cinque anni di difficile gestazione (è lo stesso periodo di From Hell, e secondo me alcune “suggestioni”, alcune atmosfere sono presenti in entrambe le opere). Si tratta di una storia alternativa, “magica” e sotterranea della città natale dello scrittore, di una storia fatta di streghe e stregoni, di assassini e cannibali, di falsari e satiri, di straccioni e signori, di fantasmi e creature mitologiche…  che si estende dal 4000 avanti Cristo al 1995 della nostra era. Non è propriamente un “romanzo”, ma i dodici racconti che lo compongono sono collegati fra loro (da elementi talvolta impercettibili) e sono tutti ambientati in un raggio di 15 chilometri dal centro di Northampton, nonostante i numerosi secoli o decenni che li separano; i protagonisti narrano tutti in prima persona, con un occhio al “flusso di coscienza” reso immortale da James Joyce in Penelope, l’ultimo capitolo di Ulisse; vedremo più volte lo scrittore irlandese fonte d’ispirazione di Moore. Tradotto nella nostra lingua solo nel maggio del 2021 (La voce del fuoco, per le Edizioni BD / 451, una casa editrice specializzata in fumetti che ha avuto la meritoria idea di lanciare una collana di narrativa fantastica, intitolandola a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury), il testo in originale è disponibile gratuitamente in Rete su The Anarchist Library; molto probabilmente è stato lo stesso Moore a “caricarlo”, visto che sul sito ci sono anche suoi articoli politici… e di sicuro Moore potrebbe essere definito un “anarchico”. L’edizione italiana è stranamente “monca” dell’introduzione di Neil Gaiman, nonostante sia apparsa per la prima volta in una ristampa illustrata del libro ormai nel 2004. Ed è proprio Gaiman che vede un collegamento tra La voce del fuoco e Swamp Thing:

Quando il libro fu pubblicato, nel 1996, fece meno impressione di quanto avrebbe dovuto farne: uscì direttamente in brossura, e iniziava, senza alcuna spiegazione, con la narrazione in prima persona di un giovane mezzo scemo dal cervello di bambino, alla fine dell’Età della Pietra; sua madre è morta, la sua tribù di nomadi lo ha abbandonato, dovrà affrontare la malvagità e gli inganni di chi è più intelligente di lui (tutti sono più intelligenti di lui) e scoprirà anche l’amore, e imparerà cosa sia una bugia e quale sarà il destino del maiale nel porcile di Mag lo sciamano. Racconterà la sua storia con la narrativa più “idiosincratica” che si sia mai vista dai tempi di “Riddley Walker” di Russell Hoban (o forse di “Pog”, una delle storie di Swamp Thing firmate Alan Moore), usando un vocabolario ridottissimo e solo il tempo presente, incapace di distinguere i sogni dalla realtà.

E infatti, quando ho letto il primo racconto del libro, Il maiale di Mag, 4000 a.C., (Hob’s Hog, 4000 BC) ho pensato subito anch’io a Pog (apparso per la prima volta negli USA nel 1985), visto che nel dicembre del 1993 mi era capitato di tradurre e introdurre quella storia per la casa editrice romana Comic Art (su “DC Comics Presenta” n. 11). A tal proposito scrivevo nella mia introduzione a quella curiosa storia a fumetti:

I piccoli extraterrestri in scafandro che giungono nelle paludi di Baton Rouge parlano un linguaggio stranissimo fatto di gustosi e strampalati neologismi che implicano una visione animalesca del mondo (in un’intraducibile sarabanda di “everycreature” invece di “everybody”, ecc. ecc.); inoltre la maggior parte delle parole esprime due concetti con uno stesso termine, e potete immaginare la difficoltà nel rendere tutto in italiano: Moore, infatti, è aiutato dall’estrema sinteticità connaturata all’inglese. Siamo di fronte a un nuovo “linguaggio della notte” che sembra ispirarsi a quello più celebre pensato dal genio di James Joyce per il suo monumentale “Finnegan’s Wake”.

Il traduttore Leonardo Rizzi ha fatto le sue scelte (Hob, nome proprio e sostantivo, che può significare “mago”, “sciamano”, “stregone”, etc. viene  per esempio reso con Mag, ovvero “mago” senza la “o”) e il parlare del ragazzo preistorico affetto da deficit mentale è stato trasposto in italiano in modo ancora più “bambinesco” che nell’originale, ottenendo però quello che mi sembra un grande risultato: l’imitazione di un linguaggio preistorico destinato a evolversi nei capitoli successivi. Ecco dunque tornare Joyce e l’Ulisse; uno dei capitoli, Le mandrie del Sole, è infatti concepito in modo da abbracciare l’intera evoluzione della lingua inglese – dal periodo anglosassone fino alla parlata colloquiale degli inizi del XX secolo.

Il racconto successivo fa un salto di millecinquecento anni. La protagonista della storia I campi di cremazione, 2500 a.C (The Cremation Fields, 2500 BC) è una brutale assassina, che ha ucciso la figlia dell’indovino di un villaggio (che diverrà Northampton), per carpirne i segreti e i tesori; ma non solo: la donna è quella che oggi verrebbe chiamata “sociopatica”. Così ricorda i suoi crimini passati, inventando con coprolalia nomi di insediamenti che non avevano nome:

Una volta, a Mucchio di Letame, una ragazza che non è tanto più grande di una bimba mi dice che non riesce a trovare la sua mamma in mezzo alla folla del mercato, come se tocca a me fare in vece di sua madre. Un uomo nero con una veste che ha un colore a cui non so dare nome, se la prende e in cambio mi dà un pugnale nuovo favillante e un pezzo d’argento. A Poggio del Fottisorella, un macinatore mi dà mezzo maiale in cambio di quasi tante sacche quante sono le dita di una mano, anche se in cima a ognuna c’è solo un dito di farro a mascherare il terreno nascosto sotto. A Via degli Stupidi mi maledicono per che ho barattato cacca di cane avvolta nella corteccia d’albero, spacciandola come rimedio per il male a bolle. Un vecchio di Fossa Puzzone mi dà una pelle piena a metà di broda se me lo prendo in bocca, poi si addormenta e si sveglia con la borsa e la pancia tagliate. A Campi Culograsso, dentro il tumulo aperto notte tempo, ho le spalle torturate da tutto quello scavo e uno straccio premuto sul naso. Sotto gli anelli, le dita sono putrefatte e devo staccarli con la forza. Là dove il dito si piega, la carne ammorbidita si sgualcisce. Si stacca tutta quando sfilo l’anello. A Magrolina, quella ragazza grande e grossa con la sua mezza pagnotta…

Questo genere di figura (persona folle, omicida, senza scrupoli, incapace di separare il bene dal male, etc.) tornerà sotto altri volti e nomi in tutto il libro. Con il terzo racconto, intitolato Le terre degli annegati, post 43 D.C. (In the Drownings, post AD 43), entriamo nella cosiddetta Era Volgare. La data del titolo non è scelta a caso perché le vicende si svolgono dopo la conquista romana della Britannia. Un mondo ancora primitivo, dove il “villatico” (in originale willage) che in futuro diverrà Northampton, poco si discosta dai suoi antenati di migliaia di anni prima. I soldati di Roma appaiono come fantasmi, con i loro mantelli rossi e le loro insegne dorate. E quando loro appaiono, gli insediamenti locali scompaiono, come per magia. Siamo ancora in epoca romana con La testa di Diocleziano, post 290 D.C. (The Head of Diocletian, post AD 290); il protagonista del quarto racconto è un ispettore romano che indaga su un caso di falsificazione monetaria, un reato per il quale è prevista la morte, mentre soffre di avvelenamento causato dal piombo degli acquedotti. L’andamento narrativo è assimilabile al giallo hard boiled con un pizzico di police procedural; essendo in Inghilterra impossibile non pensare a Sherlock Holmes! Tornano alcuni elementi già visti nei racconti precedenti: la testa mozza (che qui è l’immagine dell’imperatore raffigurata su una moneta), l’osso o pietra magica che viene messo in bocca (qui un dente), lo sciamanesimo, le pulsioni sessuali, i fuochi autunnali sulle colline. Con Santi di novembre 1064 D.C. (November Saints, AD 1064) siamo nel cuore dell’epoca cristiana, agli albori dell’invasione normanna, ed è la prima volta che il nome della città di Alan Moore compare nella versione moderna. Torture, blasfemie, la nuova Fede che vacilla di fronte al riemergere dei culti del passato, invocazioni nel nome di Wotan e poi ancora torture, flagellazioni, roghi.

Ricco di simbolismo il sesto racconto, Il nascondiglio di Dio, post 1100 D.C. (Limping to Jerusalem, post AD 1100) è incentrato sulla figura di un nobile realmente esistito, Simon de Senlis, primo Duca di Northampton che, reduce dalle crociate, fece costruire nella sua città la Chiesa del Santo Sepolcro, a pianta rotonda, ispirata ai luoghi sacri – quasi una copia in scala – della Terrasanta. Una nera testa mummificata (il Bafometto?) appare nell’ultima sequenza, laddove nella chiesa doveva esserci “la pietra d’angolo su cui si basa la fede”. Un’altra testa di cadavere è stavolta protagonista, nella storia Confessioni di una maschera, 1607 D.C. (Confessions of a mask, AD 1607): siamo nel periodo del complotto di Guy Fawkes e compagni, che intendevano far saltare in aria con la polvere da sparo il parlamento inglese, e chi parla, il narratore, è proprio uno dei congiurati ormai morto giustiziato da più di un anno. La lingua degli angeli, 1618 D.C. (Angel language, AD 1618) è una satira feroce contro il potere costituito: un magistrato erotomane, il cui unico scopo non lavorativo è quello di sedurre giovani pulzelle, cade vittima di una trappola ordita da una congrega di streghe (in qualche modo collegate al mago e astrologo britannico John Dee) che lo avvelenano con cibo drogato e poi lo macellano ancora vivo – molto probabilmente per cibarsene. Streghe anche nel racconto successivo, il nono, Compagne di cucito, 1705 D.C. (Partners in Kitting, AD 1705): amore saffico e patti con il diavolo, in una storia dal sapore contemporaneo. Un collegamento diretto con il primo racconto si ravvisa nel decimo, Il sole è ora pallido sul muro, 1841 D.C. (The Sun Looks Pale upon the Wall, AD 1841); si tratta di una sorta di diario sgrammaticato scritto da un pazzo fuggito dal manicomio, per il quale Moore usa un linguaggio simile per povertà di termini a quello parlato dal giovane uomo primitivo del 4000 avanti Cristo; si fa anche un riferimento al Maiale di Mag “che crede che il macellaio gli stia portando la colazione e invece vuole scannarlo”.

Arriviamo dunque al XX secolo. Io giro con le giarrettiere, 1931 D.C. (I Travel in Suspenders, AD 1931) è forse il racconto più “allegro” dell’intera raccolta. Un commesso viaggiatore, rappresentante di una ditta di biancheria femminile, è segretamente bigamo e non sa più come reggere, anche da un punto di vista economico, l’incresciosa situazione di avere due famiglie da mantenere. E poi diventa anche omicida. Ritornano molti dei miti, delle situazioni e dei luoghi visti nei secoli precedenti: i fuochi, misteriosi esseri soprannaturali, le pulsioni sessuali che portano al disastro, la magia che fa capolino nell’epoca delle macchine. E poi, alla fine, entra in campo lo stesso Alan Moore, protagonista “in tempo reale” dell’ultimo racconto, L’uscita antinferno di Phipps, 1995 D.C. (Phipps’ Fire Escape, AD 1995). Secondo Neil Gaiman la sua non è la migliore introduzione:

La migliore introduzione è il capitolo finale del libro, scritto in una stanza fumosa nel novembre 1995 da Alan Moore facendo parlare lo stesso Alan Moore, asciutto e divertente, enormemente brillante, per il nostro stesso bene, scritto in ua stanza piena zeppa dei libri che aveva usato per le sue ricerche, scritto come atto finale di magia e fede.

Infatti nel chiosa del libro Moore ripercorre tutti i luoghi reali e immaginari toccati nella sua cavalcata nei secoli. In parallelo opera una critica aspra della modernità, dell’abuso della tecnologia, dell’idolatria della scienza, dipingendo una città, la sua, in piena crisi a causa delle politiche socio-economiche messe in campo dalla Lady di Ferro. Per ritornare a Joyce e all’Ulisse, il “giro turistico e magico” di Moore nella decadente Northampton del 1995 è l’alter-ego del periplo di Dublino compiuto da Leopold Bloom novantuno anni prima: durano entrambi un giorno, ma è un giorno dilatato, un giorno che abbraccia millenni e tutta la storia umana.

I riferimenti storici, in questo affresco che Moore ha voluto regalare (ma è davvero un regalo?) alla sua città, sono talvolta reali, talvolta inventati, ma sempre trasfigurati attraverso la lente distorta del mito e della percezione magica. Non possiamo farci ingannare. Lo spiega bene Gaiman nell’introduzione:

La narrazione, come la città di Northampton, è lineare solo se vogliamo che lo sia, e se ci aspettiamo di ottenere un premio per essere arrivati alla fine del percorso, allora abbiamo già perso. Questo libro è un giro in giostra, non una corsa, un magico viaggio nella storia, più rivoluzionario che evoluzionistico, in cui gli unici premi sono schemi magici e persone e voci, teste mozzate e piedi zoppi, cani neri e scoppiettanti falò di novembre che si ripetono come le figure di un folle mazzo di tarocchi.

Francesco Manetti

28.01.2023