Introduzione
La presenza dei gatti a Cipro non è episodica né marginale, ma parte di una lunga continuità storica e ambientale. Sono parte integrante del paesaggio dell’isola: nei quartieri urbani e nei villaggi costieri, nei contesti agricoli, presso siti archeologici e complessi monastici. Nel dibattito contemporaneo, tuttavia, questa presenza viene spesso letta come un fenomeno recente o emergenziale, piuttosto che come un elemento strutturale della storia ambientale e culturale dell’isola e considerare questa presenza come una ricchezza, come effettivamente è.
Le evidenze archeologiche oggi disponibili orientano verso una prospettiva di lungo periodo. Il rapporto tra comunità umane e felini a Cipro è attestato già nelle prime fasi del Neolitico. Accanto a tali dati, nel corso dei secoli si sono stratificate narrazioni religiose e tradizioni popolari che, pur non sempre verificabili sul piano storico, costituiscono parte integrante dell’identità dell’isola.
Il presente contributo offre una sintesi documentata e accessibile delle principali evidenze disponibili: dalle attestazioni neolitiche più antiche, al ruolo delle tradizioni cristiane e dei resoconti di viaggio tardo-medievali e rinascimentali, fino alle questioni contemporanee di gestione delle popolazioni feline, benessere animale e impatto ecologico. L’obiettivo è civico e conoscitivo: promuovere una convivenza responsabile, fondata su dati verificabili e su una concezione della tutela coerente con la storia dell’isola.
Shillourokambos: convivenza antica e rappresentazione simbolica
Dal punto di vista cronologico, il complesso di evidenze di Parekklisia-Shillourokambos si colloca nel Neolitico Preceramico (PPNB: Pre-Pottery Neolithic B), con datazioni comprese approssimativamente tra il IX e l’VIII millennio a.C. (ca. 9.500–8.000 a.C.), rendendo questo contesto uno dei più antichi finora documentati nel Mediterraneo per attestare una relazione strutturata, simbolicamente significativa, tra comunità umane e felidi.
La letteratura archeologica ha evidenziato un contesto funerario in cui un individuo umano e un felino furono deposti in prossimità, in una disposizione interpretata come indizio di una relazione non casuale. Il dato, da solo, sarebbe già significativo. Ma Shillourokambos restituisce anche un secondo elemento, meno noto al grande pubblico e per questo particolarmente utile in chiave divulgativa: il rinvenimento di una testa felina scolpita in serpentina grigia (grey serpentine). In un contributo di sintesi, E. Peltenburg e coautori richiamano l’osservazione secondo cui tale manufatto – definito “feline head” – rappresenterebbe la più antica attestazione scultorea nota per Cipro e presenta analogie con produzioni del Levante (ad esempio Jerf el Ahmar). Questa connessione non prova una “domesticazione” in senso moderno, ma indica una precoce capacità di rappresentazione e di attribuzione simbolica all’animale in un orizzonte culturale condiviso nell’area siro-anatolica. Sul piano museale, la testa felina in serpentina è segnalata come esposta presso il Cyprus Museum di Lefkosia/Nicosia, nella sezione dedicata al Neolitico, e viene associata esplicitamente al sito di Parekklisia-Shillourokambos. Questa visibilità pubblica è un punto cruciale: colloca la relazione uomo-gatto non nella cronaca, ma nella preistoria dell’isola, rendendo tangibile – per residenti e visitatori – una continuità culturale che oggi tende a essere data per scontata. In termini di comunicazione istituzionale, questa sequenza (sepoltura + rappresentazione) è particolarmente efficace: unisce il dato “biografico” (il felino accanto all’umano) a un dato “culturale” (il felino come immagine scolpita). Insieme, i due elementi sostengono una tesi sobria ma forte: a Cipro il gatto non è soltanto un animale “presente”, è un soggetto storicamente riconoscibile nel racconto dell’isola da parecchi millenni
Sant’Elena, Stavrovouni e il monastero di San Nicola dei Gatti
Nel passaggio dall’archeologia alla tradizione cristiana, il discorso si sposta dal dato materiale alla memoria religiosa. Alle prove materiali si affiancano tradizioni agiografiche e racconti costruiti per trasmettere valori, memorie e identità. In questo quadro si colloca la figura di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, che avrebbe fondato nel IV secolo il monastero di Stavrovouni, legato alla venerazione della Santa Croce.
La tradizione relativa all’impiego dei gatti per contrastare i serpenti è invece storicamente associata al monastero di Agios Nikolaos ton Gaton, situato nella penisola di Akrotiri. Resoconti di viaggiatori del XV secolo, come Felix Fabri, menzionano già una comunità monastica caratterizzata dalla presenza diffusa di gatti, mentre cronache rinascimentali del XVI secolo consolidano tale denominazione.
Queste fonti consentono di stabilire l’antichità della tradizione e il radicamento del legame simbolico tra il monastero e i gatti, senza trasformare il racconto in un fatto storico in senso stretto.
La stessa cornice tradizionale viene talvolta richiamata per spiegare, in chiave narrativa, la presenza massiccia di gatti sull’isola e, in particolare, l’utilizzo di colonie feline per il contenimento dei serpenti che viene anch’essa ricondotta a Sant’Elena.
È importante, in sede divulgativa, separare i piani: la fondazione di Stavrovouni appartiene alla tradizione religiosa; l’idea dell’importazione di gatti come risposta “sanitaria” a un’infestazione di serpenti appartiene al repertorio leggendario connesso ai luoghi monastici e alla loro funzione protettiva.
Ciò detto, esiste un secondo polo della tradizione, più circostanziato nelle fonti di viaggio: il monastero di Agios Nikolaos ton Gaton (San Nicola dei Gatti) nell’area della penisola di Akrotiri.
Qui la memoria dei “gatti contro i serpenti” non è soltanto un racconto moderno, ma compare in testimonianze tardo-medievali.
Una sintesi utile è offerta dalla ricostruzione basata su viaggiatori del Quattro-Cinquecento: il monastero è menzionato nel XV secolo e, secondo il resoconto di Felix Fabri (visite nel 1480 e 1483), viene descritto come un luogo “circondato da serpenti” in cui i monaci tenevano gatti per protezione.
Un secolo più tardi, Stefano Lusignan riferisce una tradizione che collega l’istituzione del monastero (o la sua prima organizzazione) al nome di Sant’Elena e alla gestione dei serpenti tramite l’arrivo di gatti da Egitto o Palestina.
Questi riscontri non trasformano la leggenda in “fatto storico” in senso stretto, ma ne attestano l’antichità nella cultura scritta europea. Inoltre consentono una risposta puntuale alla domanda ‘da quando’ il monastero è identificato ‘dei gatti’: almeno dalla tarda età medievale la sua fama era già tale da essere registrata in resoconti di viaggio. E il toponimo locale che ricorre nelle fonti rinascimentali – Capo delle Gatte / promontorio dei gatti – conferma come l’immaginario felino fosse entrato stabilmente nella geografia culturale del luogo. Dal punto di vista della sensibilizzazione, il punto non è scegliere tra “vero” e “falso”. È riconoscere che, a Cipro, il gatto è stato investito a lungo di una funzione di tutela: tutela degli spazi abitati (contro i serpenti), tutela dei granai (contro i roditori), tutela simbolica (il monastero che salva il territorio). Questa funzione è parte del patrimonio immateriale dell’isola e può dialogare, senza conflitto, con le politiche contemporanee di benessere animale e gestione delle colonie.
Oltre alla tradizione cristiana che collega l’arrivo di gatti a Cipro alla figura di Sant’Elena nel IV secolo d.C., la tradizione popolare locale tramanda anche un’altra leggenda di matrice più generica, secondo la quale Cleopatra, regina d’Egitto, avrebbe organizzato l’invio di gatti sull’isola con il medesimo scopo di controllo dei serpenti. Questa narrazione ricorre nelle guide e nei resoconti folkloristici sull’isola, contrapponendosi alla versione che vede Sant’Elena come protagonista. Tuttavia, non esistono attestazioni in fonti storiche antiche che confermino un simile evento nell’effettivo itinerario di Cleopatra. La leggenda riflette piuttosto il legame simbolico e culturale tra l’antico Egitto, dove i felini erano venerati, e l’immaginario collettivo successivo circa la diffusione dei gatti nel Mediterraneo orientale.
Tra patrimonio biologico e riconoscimenti moderni: cosa si può dire con certezza
Nel lessico contemporaneo è frequente parlare di “gatto cipriota” come se si trattasse di una categoria biologica univoca. Una simile semplificazione richiede cautela. La popolazione felina dell’isola è il risultato di un processo lungo e complesso, che combina incroci successivi, spostamenti umani, adattamenti ecologici e selezioni informali avvenute nel corso di millenni. In questo senso, il “gatto di Cipro” non costituisce una razza naturale nel significato tecnico del termine, ma una popolazione eterogenea con tratti ricorrenti, modellata dall’insularità e dalla convivenza con l’uomo.
È in questo contesto che nasce, in ambito felinofilo contemporaneo, l’idea dell’Aphrodite’s Giant. La denominazione non deriva da una tradizione storica antica, ma da un processo recente di osservazione e selezione condotto da allevatori e associazioni feline, che hanno individuato in alcuni soggetti ciprioti caratteristiche morfologiche relativamente ricorrenti — in particolare una struttura corporea robusta, una taglia talora imponente e una crescita lenta — attribuendole a un possibile effetto dell’isolamento geografico. Su questa base sono stati elaborati standard di razza da parte di alcune organizzazioni feline internazionali, collocando l’Aphrodite’s Giant nell’alveo delle cosiddette landrace formalizzate, ossia popolazioni locali successivamente codificate attraverso criteri selettivi moderni.
Per mantenere il discorso su basi verificabili, è opportuno limitarsi a registrare i dati istituzionali disponibili: (i) l’esistenza di standard di razza pubblicati in ambito felinofilo internazionale per l’Aphrodite’s Giant; (ii) la necessità di distinguere con chiarezza tra landrace — termine descrittivo, privo di valore giuridico o scientifico in senso stretto — e “razza riconosciuta” in senso tecnico, che implica registri ufficiali, procedure di ammissione e criteri di selezione stabilizzati. Qualsiasi affermazione di tipo genetico o di “unicità biologica” deve essere supportata da studi primari; in loro assenza, tali affermazioni vanno trattate come ipotesi di ricerca, non come conclusioni.
Accanto a questi elementi formali, esiste tuttavia un piano osservativo che merita di essere menzionato con le dovute cautele. L’esperienza diretta sul territorio mostra come molti gatti ciprioti presentino una spiccata inclinazione alla relazione con l’essere umano: sono spesso animali socievoli, capaci di stabilire legami di familiarità e di affetto, talora descritti — nel linguaggio comune — come particolarmente “confidenti” o “ruffiani”. Questa caratteristica comportamentale non può essere elevata a tratto scientificamente definitorio, ma appare coerente con un contesto in cui la sopravvivenza della popolazione felina è stata storicamente mediata da una prossimità costante con l’uomo.
Un ruolo importante è svolto dal lavoro quotidiano dei volontari presenti sull’isola, che garantiscono alimentazione, cure veterinarie di base e programmi di sterilizzazione, spesso autofinanziandosi e supplendo a carenze strutturali. Questo impegno diffuso contribuisce a mantenere molti gatti in buone condizioni fisiche e sanitarie e rafforza una relazione di fiducia reciproca tra animali e comunità locali. In tale prospettiva, alcune delle qualità attribuite al cosiddetto Aphrodite’s Giant possono essere lette non tanto come il riflesso di una “razza” in senso biologico, quanto come l’esito di una lunga e continua coevoluzione comportamentale tra gatti e ambiente umano cipriota.
Gestione contemporanea: tutela, TNR e responsabilità pubblica
In questo quadro, è utile richiamare sinteticamente il contesto istituzionale entro cui le pratiche di sterilizzazione sono oggi formalmente collocate a Cipro, al fine di distinguere tra iniziative individuali, azione volontaria e responsabilità pubblica strutturata.
Programmi di sterilizzazione a Cipro: quadro istituzionale
La Repubblica di Cipro, attraverso i Servizi Veterinari del Ministero dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e dell’Ambiente, gestisce un programma nazionale di sterilizzazione dei gatti randagi per il periodo 2023–2025, con un budget pubblico stanziato pari a 300.000 euro.
Il programma è attuato tramite gli Uffici Veterinari Distrettuali, in cooperazione con le Autorità Locali, i Comitati Distrettuali per il Benessere Animale e le organizzazioni di protezione animale registrate. La partecipazione dei volontari è incanalata attraverso i comuni o le associazioni riconosciute, garantendo coordinamento istituzionale e supervisione veterinaria.
A livello locale, consigli comunali e consigli di comunità possono attivare programmi complementari di sterilizzazione nell’ambito delle proprie politiche di benessere animale. Un esempio documentato è rappresentato dal Comune di Limassol, che ha avviato un programma strutturato di sterilizzazione su scala cittadina, con finanziamenti dedicati, attuato tramite veterinari registrati e supportato da un Comitato per il Benessere Animale.
Nel loro insieme, tali misure inquadrano la sterilizzazione come una questione di politica pubblica e di responsabilità condivisa, piuttosto che come un’azione volontaria isolata La questione contemporanea non consiste nello stabilire se i gatti appartengano o meno all’isola (o è l’isola che appartiene ai gatti?), ma nel definire, in modo misurabile e rispettoso, come governare una presenza numerosa e strutturata all’interno di contesti urbani e rurali complessi. Le due istanze spesso presentate come contrapposte — la tutela degli animali e la protezione della biodiversità — non possono essere affrontate in termini ideologici o semplificati. Richiedono, al contrario, strumenti pubblici adeguati, coordinamento con le autorità locali e l’adozione di standard operativi condivisi.
Nel panorama internazionale, il metodo Trap-Neuter-Return (TNR: cattura, sterilizzazione e reimmissione controllata) è ampiamente riconosciuto come una misura di gestione non cruenta delle colonie feline, a condizione che sia inserito in programmi strutturati e continuativi. Tali programmi presuppongono la registrazione delle colonie, il monitoraggio sanitario, una gestione regolata delle risorse alimentari e protocolli specifici per i casi di zoonosi o di particolare vulnerabilità della fauna locale. In assenza di queste condizioni, il TNR perde gran parte della sua efficacia e rischia di ridursi a un intervento episodico.
Le fonti storiche richiamate nei capitoli precedenti — dalle attestazioni neolitiche alle tradizioni monastiche — suggeriscono una costante: il gatto, quando è inserito in un ecosistema umano regolato (granai, orti, insediamenti religiosi), svolge una funzione di presidio e di equilibrio. Al contrario, quando viene abbandonato o lasciato a una riproduzione incontrollata, diventa inevitabilmente un problema sanitario, ambientale e sociale. La linea di demarcazione non è emotiva, ma amministrativa: la differenza la fa la responsabilità collettiva tradotta in politiche pubbliche coerenti.
Accanto agli strumenti di gestione diretta delle colonie, emergono ulteriori criticità di natura infrastrutturale e normativa. In diverse aree dell’isola, le strade a scorrimento veloce risultano prive di adeguate protezioni laterali o dispositivi di mitigazione, con conseguente elevata mortalità di animali — inclusi i gatti — per investimento accidentale. Persistono inoltre pratiche di controllo della popolazione felina basate sulla soppressione, che appaiono sempre meno compatibili con gli standard europei di benessere animale e con le stesse evidenze scientifiche sulla gestione efficace delle colonie.
In un contesto in cui la presenza felina è numericamente rilevante e visibile, un segnale concreto di consapevolezza istituzionale potrebbe consistere anche in misure di prevenzione e sensibilizzazione: l’installazione di segnaletica stradale dedicata all’attraversamento di animali, la semplificazione delle procedure per la richiesta di dossi rallentatori da parte dei cittadini, e l’integrazione del tema nei piani di sicurezza stradale locale. Si tratta di interventi a basso costo e ad alto valore simbolico, capaci di tradurre l’attenzione al patrimonio animale in scelte amministrative tangibili.
In definitiva, la gestione contemporanea dei gatti a Cipro non richiede nuove retoriche, ma un salto di qualità nella governance: riconoscere una presenza storicamente radicata, affrontarne le criticità con strumenti basati su dati e responsabilità pubblica, e trasformare una questione spesso percepita come emergenziale in un ambito ordinario di buona amministrazione.
Conclusione
Questo articolo nasce con uno scopo preciso: contribuire a colmare una lacuna di consapevolezza diffusa. Per una parte significativa della popolazione cipriota, il legame che unisce l’isola ai gatti è oggi percepito come un fatto ordinario, talvolta problematico, raramente come il risultato di una storia lunga e stratificata. Le evidenze archeologiche, le tradizioni religiose, i racconti di viaggio e le pratiche di convivenza documentate mostrano invece che la presenza del gatto a Cipro non è un accidente, ma un elemento strutturale dell’identità ambientale e culturale dell’isola.
Sensibilizzare significa, innanzitutto, restituire profondità storica a ciò che oggi appare scontato. Significa ricordare che il rapporto tra l’uomo e il gatto a Cipro affonda le proprie radici nella preistoria, si rinnova nelle narrazioni monastiche e si riflette, ancora oggi, nelle pratiche quotidiane di cura e di gestione. Questo patrimonio non appartiene esclusivamente alla ricerca accademica né può essere delegato solo alle istituzioni: riguarda la comunità nel suo insieme.
Per questo il destinatario ultimo di queste riflessioni non è soltanto la politica o l’opinione pubblica, ma ogni singolo cittadino. La tutela dei gatti dell’isola, intesa come benessere animale, gestione responsabile e rispetto del contesto ecologico, non è un gesto di benevolenza occasionale, bensì un atto di continuità culturale. Riconoscere questo legame, comprenderne le radici e tradurlo in comportamenti consapevoli significa preservare una parte silenziosa ma essenziale della storia di Cipro, trasformando una presenza millenaria in una responsabilità condivisa.
Emanuela Saba
05.02.2026
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